La solita musica dei dischi rotti
Giuseppe Donato
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Non se ne può davvero più di ascoltare i soliti refrain. Sfuggono da accuse circostanziate, rifugiandosi nella solita manfrina del “tu non hai avuto quello che desideravi e quindi mi attacchi a man bassa”.
Concetto che si può tranquillamente invertire in “hai avuto quello che mi avevi chiesto e continui ad attaccarmi”, ribaltando sentenze di condanna o assolutorie che cercano di polarizzare l’opinione pubblica sempre più silenziata, distratta o impegnata a mettere insieme il pranzo con la cena. Starnuti che diventano eventi, sconfitte sonore che si tramutano in vittorie parziali, alternative politiche assenti che esaltano orbi in mezzo a ciechi, soluzioni urbanistiche mirabolanti che crollano sotto i colpi di una disattenzione per poco fatale. Continuate a raccontarla Acri, ma fatelo meglio, coralmente, evitando di risultare terribilmente noiosi, con le solite frasi fatte estratte a sorte dalle vostre personalissime collezioni degli incarti di noti cioccolatini. Lasciate stare Eco e le sue citazioni trite e ritrite, date spazio a largamente retribuiti social media manager e se ne sono capaci si prodigassero a narrare le bellezze di Acri o le potenzialità inespresse di un territorio che sta gradualmente scivolando a valle, nel senso di capaci imprenditori che portano i loro interessi altrove dove le frequentazioni sono più assidue, dove le attività commerciali non si limitano a sopravvivere dopo il taglio del nastro. Trasformare il consenso in benedizioni urbi et orbi, imitando sciocchi influencer intenti a distribuire visibilità apparente, deborda dal compito istituzionale di portare a compimento l’ultimo tratto di legislatura senza piegarlo ai desiderata di chi vorrebbe investiture anticipate o primarie di facciata per determinare l’erede al trono di tanti e sbandierati successi amministrativi. Quando gli argomenti verranno meno bisognerà fare affidamento alle idee, sempre più poche e sempre più fatue, sospese fra tranci d’estate a mille e fugaci capodanni infreddoliti, con il condimento di sterili programmazioni che si accendono e si spengono nel volgere di poche giornate, a uso e consumo di corroborate claque istituzionalizzate. “Aprite le finestre al nuovo sole. È primavera, è primavera” recitava un noto brano vincitore del Festival di Sanremo del 1956. Lasciate spazio a nuove idee, aria pura, rinunciate ai pacchetti del consenso, così da permettere a nuovi protagonisti di rimettere in moto una macchina amministrativa ingolfata e bisognevole di manutenzione. Nuova progettualità, partecipazione attiva della cittadinanza, difesa del suolo, dell’ambiente, ritorno all’agorà, al confronto in piazza, nelle sedi opportune. Fate entrare aria nuova nei palazzi della politica fermi con le quattro frecce accese, perché per tutti arriva il momento in cui “la festa è già finita, gli amici se ne vanno, che inutile serata”. Fate presto, però, prima che sia troppo tardi... |
PUBBLICATO 16/03/2026 | © Riproduzione Riservata

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