World Autism Day. Accendere la consapevolezza imparando la ''lingua'' delle neurodivergenze
Federica Meda
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Per la giornata mondiale dell’autismo quest’anno non vorrei impiegare il mio tempo in interrogativi, analisi cliniche e approfondimenti. Ogni anno si assiste ad un incremento esponenziale di eventi informativi, corsi, confronti, tavole rotonde, pacchetti fruibili in digitale e tanto altro. Chi ne prende parte sono spesso gli ‘addetti ai lavori’, i genitori interessati a comprendere meglio le condizioni dei figli e tutti coloro che incontrano l’autismo nel loro cammino per diverse ragioni. Si tratta di conquiste importanti, di reti e unioni proficue per il benessere psico-sociale sia di chi è direttamente interessato, sia dei caregivers e operatori impegnati quotidianamente nella gestione dello spettro. Ma cosa ci serve davvero sapere nell’agire quotidiano? Cosa sto davvero cercando in mezzo a questo flusso di informazioni e opinioni?
Forse più ci si addentra in una condizione, maggiore diventa il bisogno di scavare più a fondo e più urgente è la ricerca di soluzioni pragmatiche e meno teoriche così come altrettanto urgente è l’aspetto umano su quello tecnico. Uno dei problemi più rilevanti degli ultimi tempi è diventato proprio quello del progetto-vita dei soggetti con autismo, del ‘dopo di noi’ e delle politiche sociali. In che direzione si va quando si lavora? Cosa sto costruendo oggi nel lavoro quotidiano, quali mattoni sono giusti per quel tipo di castello? È difficile proiettarsi troppo in avanti, ma altrettanto frustrante può diventare l’operato quando ciò che viene fatto sulla persona è destinato a rimanere in un tempo circoscritto e a spegnersi lentamente una volta finiti i percorsi di cura. Osservare le dispersioni, le istituzionalizzazioni o la soppressione di talenti solo perché non c’è un vero posto nel mondo in cui poter stare, potersi esprimere e poter essere accettati fino in fondo. La terapia quindi è davvero un adattamento ed una ricerca di strumenti utili alla persona o deve necessariamente mirare a far rientrare le attitudini e i comportamenti in quelli socialmente accettabili? Vecchie questioni, ma dilemmi ancora attuali. Si osserva un investimento di spese, risorse e attività da parte di genitori che con ‘iperattivismo’ cercano di far si che lo spazio sia pieno e organizzato, un po’ per necessità, un po’ con l’idea che in tal modo non venga fuori ciò che sarebbe considerato sconveniente, oppure il tecnicismo imperante di numerose diverse professionalità che tentano di dare un nome a tutto, senza creare una vera cultura collettiva e organizzativa dietro ciò che si fa. Per cultura si intendono modi, tradizioni, abitudini, pregiudizi, non solo nozioni, ricerche e applicazioni cliniche. Potremmo allora chiederci: e se tutto ciò che vediamo non sia spiegabile con usi comuni del linguaggio, con il generale schema di pensiero? Se i modelli che applichiamo siano davvero quelli più idonei solo perché più diffusi? Forse la vera rivoluzione copernicana sulle neurodivergenze è prima sociale e culturale che scientifica. So che molto di questo può essere impopolare, anche criticabile e confutabile come ogni teoria che si rispetti, ma deriva non da analisi di casi bensì di contesti e relazioni: contesti che spesso restano isolati, che sono dei laboratori ecologici di comportamenti e reazioni, dove la comunicazione è difficile più alla base che all’apice del problema, tra i cosiddetti ‘neurotipici’. Tra tutte queste questioni oggi decido perciò di dedicarmi a pensieri liberi, spontanei, non incasellati, con lo stupore di un osservatore indiscreto. Ripenso e sorrido quando J. mi chiede di disegnare tutti i costumi da bagno per gli animali della fattoria, o quando N. canticchia a memoria ‘Pedro’ della Carrà e ci divertiamo a fare i gesti insieme. Rammento i miei limiti quando devo formulare risposte in lingue diverse con cui mi è posta una domanda, sembrando goffa, e quando non conosco nemmeno una delle bandiere che A. conosce a memoria nei dettagli, compresi Malesia e Uruguay. Sorrido quando con le voci creiamo splendide armonie e poi le ripetiamo come un mantra, per sintonizzarci ma anche rilassarci. Mi emoziono quando ‘il tocco che cura senza dire’ basta a calmare un’esplosione di rabbia o quando, se sono un po’ triste, mi osservi negli occhi cercando di non fare troppo rumore o altro danno. C’è forse qualcosa di non empatico in tutto questo? Celebro quindi questa giornata meravigliandomi della diversità, della bellezza di osservare il mondo ‘a testa in giù’ perché spesso, troppo assuefatti e alienati, dimentichiamo i bisogni più semplici, quelli che stanno sotto le convenzioni e le azioni approvate, ma che solo in pochi hanno la spontaneità di ascoltare ancora con un linguaggio unico. Grazie per ricordarmi che esiste, ogni volta, un modo alternativo di osservare e vivere il mondo. |
PUBBLICATO 02/04/2026 | © Riproduzione Riservata

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