Riqualificare le strutture per l'adozione dei cani: quando L'emergenza randagismo diventa una responsabilità politica
Michele Ferraro
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Il randagismo non è un fenomeno naturale. Non nasce dal nulla, non si autoalimenta per magia, non è un destino inevitabile dei territori del Sud.
E’ al contrario, il risultato di scelte politiche mancate, di inerzie amministrative, di una cultura pubblica che troppo spesso si limita a gestire l’emergenza senza mai affrontare le cause. Eppure, proprio nelle emergenze si misura la capacità di un’amministrazione di assumersi responsabilità reali. Acri come molti comuni calabresi si trovano davanti a una domanda concreta: è possibile riqualificare una struttura destinata all’adozione dei cani per fronteggiare un picco di randagismo? La risposta è sì. Ma è un sì che obbliga a guardare in faccia la realtà. La normativa regionale distingue chiaramente tra canile sanitario e canile rifugio. Funzioni diverse, spazi diversi, protocolli diversi. Ma la legge non è un muro invalicabile: prevede strumenti per affrontare situazioni straordinarie. Il Sindaco, in quanto autorità sanitaria locale, può emanare un’ordinanza contingibile e urgente che ridefinisce temporaneamente l’uso della struttura. Una misura emergenziale, certo. Ma è anche un modo per trasformare l’emergenza in un’occasione di riorganizzazione. La difficoltà non è tecnica. Non è veterinaria. Non è strutturale. La difficoltà è politica. Serve un’amministrazione che abbia il coraggio di: dichiarare l’emergenza; assumersi la responsabilità di un atto formale; non aver paura di scontrarsi con ASL; impiegare risorse; comunicare ai cittadini che il randagismo non si risolve con slogan, ma con scelte. La gestione dei cani non è un tema “minore”. E’ un indicatore di civiltà, di efficienza amministrativa, di capacità di cura del territorio. Una comunità che non sa prendersi cura dei suoi animali difficilmente saprà prendersi cura dei cittadini. Riqualificare una struttura per fronteggiare un’emergenza non è un ripiego: è un atto di governo. Ogni atto di governo, quando è fatto con responsabilità, diventa un passo verso un territorio più giusto, più sicuro, più umano. Se davvero si vuole incidere, è il momento di considerare una strategia nuova: unica struttura pubblica o convenzionata, organizzata in aree e percorsi diversi, capace di accogliere sia i cani destinati all’adozione sia i randagi non immediatamente socializzabili. Non si tratta di mescolare tutto, ma di coordinare: Area sanitaria per le prime cure e la microchippatura, area educativa per i cani adottabili, area rifugio per i cani che non possono essere adottati subito, area comunitaria (aperta ai cittadini, alle scuole, alle associazioni, per costruire cultura e responsabilità). La tecnologia, le competenze e i modelli esistono già. Ciò che manca è una decisione politica capace di guardare oltre l’immediato, oltre la paura del cambiamento. Serve una politica che non si limiti a “gestire” i cani, ma che si assuma la responsabilità di costruire un sistema nuovo, più umano, più efficace. Dopo quanto accaduto, continuare a ripetere che “il rifugio è diverso dal canile” è un esercizio sterile. La vera domanda è: vogliamo davvero risolvere il problema o continuare a non riconoscerlo? Una struttura integrata, con percorsi differenziati ma coordinati, è una strada possibile, concreta e già sperimentata altrove. Richiede coraggio, certo. Ma è proprio questo che oggi manca, ed è questo che la comunità si aspetta. |
PUBBLICATO 18/04/2026 | © Riproduzione Riservata

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