Dal sindacalismo genitoriale all'imbuto meritocratico per l'ennesimo tradimento della Scuola
Angela Maria Spina
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Che le madri e i padri costituenti abbiano avuto la lungimiranza di riconoscere alla scuola una funzione specifica è innegabile. L’hanno concepita come il principale organo istituzionale deputato all'emancipazione sociale. Basta leggere l'articolo 3, comma 2, della Costituzione italiana — che affida alla Repubblica il mandato rivoluzionario di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» — e agganciarlo all'articolo 34, per comprendere come la scuola sia lo strumento democratico chiamato a compiere il miracolo di permettere il pieno sviluppo della persona umana, a prescindere dal punto di partenza. Fu Piero Calamandrei, nel suo celebre discorso del 1950, a definire la scuola «un organo costituzionale», spiegando che la scuola pubblica è il motore che serve a rendere effettivo quel dettato, permettendo ai figli un tempo degli operai e dei contadini di accedere ai ruoli di guida del Paese.
La Maturità 2026 si è rivelata l'esatto opposto: un impianto che chiede il massimo della performatività a fronte del minimo dell'investimento educativo. Se la scuola ha il compito istituzionale di azzerare le disuguaglianze, un esame che certifica le abilità relazionali senza averle mai incluse programmaticamente nel proprio curricolo fallisce la sua missione democratica. La retorica governativa dell'ordine e della severità – si veda lo spettro della bocciatura in caso di "scena muta" – diventa così una facciata rassicurante. Una maschera d'autorità che copre, in realtà, una drastica semplificazione del sapere e la rinuncia preventiva a valutare la reale trasformazione dello studente. In teoria, il successo del sistema scolastico non si misura da quanto gli studenti sanno all'ingresso, ma da ciò che il percorso ha saputo trasformare. È quel nesso profondo tra istruzione e democrazia teorizzato da John Dewey: la scuola non deve essere un mero addestramento a compiti futuri o una sterile accumulazione di nozioni, ma un'esperienza viva in cui il pensiero critico e la capacità argomentativa si costruiscono socialmente, giorno dopo giorno. L'attuale impianto dell'Esame di Maturità inverte radicalmente questo principio. Non potendo più espellere i ragazzi precocemente per via del prolungamento dell'obbligo scolastico, il sistema adotta una strategia di contenimento passivo: li traghetta tutti fino al traguardo finale, per poi utilizzare l'esame conclusivo come un imbuto meritocratico. Il voto di Maturità, così strutturato, non certifica l'emancipazione dello studente – specie se svantaggiato – ma la sua condanna a rimanere ancorato al proprio destino sociale. Ci troviamo davanti a una "truffa del merito" che da un lato restaura il nozionismo più vuoto e dall'altro pretende, nell'atto finale, codici comportamentali estranei alla didattica quotidiana. Il colloquio orale si è trasformato in un paradosso logico e morale. Si chiede a ragazzi di diciott'anni di sedersi davanti a una commissione per srotolare il proprio Curriculum dello studente, fare dello storytelling di sé e vendere la propria immagine come in un colloquio di selezione per una multinazionale. Quest'anno la competenza pretesa era il sapersi muovere nello spazio verbale, gestire l'ansia da prestazione e argomentare con scioltezza persuasiva. Il punto nodale allora è questo: nei cinque anni precedenti, la scuola italiana non ha dedicato un solo minuto a costruire questa competenza, rimanendo ancorata alla classica e tradizionale trasmissione delle conoscenze. Quando pretendi in sede d'esame una capacità relazionale complessa che non hai mai insegnato in classe, allora stai compiendo una vera e propria truffa pedagogica. Il voto finale, di conseguenza, smette di misurare l'efficacia dell'azione educativa pubblica e si limita a registrare il capitale culturale ereditato in famiglia. Come esplicitato dal sociologo dell'educazione Pierre Bourdieu, la scuola trasforma la disparità sociale in merito individuale quando si limita a rilevare la scioltezza verbale e culturale anziché crearla. Chi alla nascita ha avuto in dotazione genitori abituati all'argomentazione pubblica, allora brillerà; chi invece proviene da contesti svantaggiati pagherà un prezzo altissimo. Siamo davanti al bersaglio polemico assai caro a Don Lorenzo Milani: una scuola che continua a fare "parti uguali tra disuguali". Se allora la parola è lo strumento principale dell'emancipazione e della cittadinanza – l'arma con cui il povero può farsi eguale al ricco – privatizzare questa competenza, lasciandola all'esclusivo retaggio delle famiglie stimolanti, significa tradire sia Barbiana e la Costituzione, perché l’istituzione commette una sottile ingiustizia: traduce il vantaggio sociale preesistente in un punteggio numerico alto, vidimando il privilegio con il timbro della Repubblica. A questo cortocircuito si addiziona in modo plastico il fenomeno del sindacalismo genitoriale. Di fronte a una scuola che ha smesso di essere ascensore sociale e che si limita a fare da arbitro burocratico, le famiglie rispondono trasformandosi in "sindacalisti" protettivi dei propri figli. Non si cerca più l'alleanza educativa con i docenti, ma la tutela legale o la protesta sistematica contro il voto. I contenuti disciplinari, anche quando ampi o ben svolti, sembrano non interessare più a nessuno. La categoria dei genitori-sindacalisti esige il "servizio", reclama il voto alto come diritto acquisito o, nella peggiore delle ipotesi, si rassegna alla competizione feroce. Dall'altro lato, la scuola difende la "libertà d'insegnamento" trincerandosi dietro procedure che spesso procedono per pura accumulazione lineare di poche vuote nozioni, che nessuno – proprio perché il contenuto ha perso valore – contesta o critica più. In questo naufragio generalizzato, nessuno si senta escluso. Questo ingorgo sistemico rappresenta la definitiva abdicazione della scuola italiana al suo mandato costituzionale, tragicamente mascherata da rigore repubblicano.L'istruzione è stata colonizzata con codici mutuati dal neoliberismo e dalle risorse umane di stampo aziendale, dimenticando la lezione pedagogica più elementare: la democrazia si apprende praticandola (Dewey) e la scuola autentica si fa carico di chi è indietro, offrendo gli strumenti della parola a chi ne è privo (Don Milani). Se vogliamo salvare il valore della scuola pubblica, dobbiamo ricordarci che qualsiasi competenza, per essere legittimamente valutata alla fine, deve essere insegnata nel mezzo. Finché l'esame si limiterà a fotografare la dotazione d'ingresso degli studenti, la scuola non sarà mai democratica, ma sarà solo un impianto falso, ipocrita e un bieco meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze sociali, destinate tutte ad essere assunte e legalizzate come nuove discriminazioni. Povero, dunque, chi non ha respirato determinati codici a casa: continuerà a pagare un prezzo che non dipende né dal suo impegno, né dalla sua intelligenza, ma esclusivamente dall'ennesimo tradimento dello Stato. Rifiutare una scuola ridotta a ufficio di selezione, innanzitutto significa promuovere una scuola la cui didattica non sia asfissiata dalla corsa alla formazione-lavoro, ma torni a basarsi sull'esperienza viva, sul pensiero critico e sulla crescita relazionale. La scioltezza verbale e l'argomentazione devono essere capillarmente costruite lungo il percorso, non date per scontate. Questo impegna lo Stato e le comunità locali a investire risorse prioritarie nei contesti scolastici soprattutto quelle più difficili, affinché la scuola crei i codici culturali specialmente là dove mancano, spezzando la catena della sottomissione sociale. Solo ponendo queste priorità sarà possibile richiedere a famiglie e docenti di deporre le armi dei contenziosi burocratici e legali. Le famiglie devono ritrovare la fiducia nella funzione culturale e valutativa della scuola; i docenti devono essere messi nelle condizioni di esercitare una libertà d'insegnamento che sia responsabilità educativa, non isolamento. La scuola non è un fornitore di servizi, ma una comunità di vita. Solo così l'Esame finale smetterà di essere un imbuto meritocratico. Valutare significa dare valore alla trasformazione dello studente. Lo Stato deve investire nella scuola non come una spesa da contenere, ma come il più alto investimento democratico della Repubblica. Perché finalmente si comprenda che la scuola non è una questione che riguarda solo chi ci lavora o chi ci manda i figli, ma è la forma stessa che decidiamo di dare al nostro futuro comune. Se la scuola abdica, nessuno può dirsi al sicuro: la società intera si frammenta in una competizione feroce, sterile, profondamente ingiusta, ed orribilmente pericolosa. |
PUBBLICATO 07/07/2026 | © Riproduzione Riservata

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