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Giovani, responsabilità adulta e fallimenti della polis

Foto © Acri In Rete
Michele Ferraro
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C’è una riflessione che non possiamo più rimandare. Gli ultimi accadimenti ad Acri non sono un fulmine a ciel sereno: sono il punto di emersione di dinamiche che da anni attraversano la nostra comunità, spesso ignorate, spesso minimizzate.
Il tema è semplice e insieme enorme: i giovani sono una risorsa fragile e preziosa, e la loro tutela è una responsabilità adulta. Il mondo che i ragazzi devono affrontare è quello che abbiamo costruito noi, con le nostre scelte culturali, sociali, politiche.
Li abbiamo spinti dentro un individualismo senza misura, li abbiamo vestiti da adulti prima del tempo, li abbiamo immersi nelle masse – feste di massa, compleanni di massa, socialità di massa – senza accompagnarli a comprendere i rischi, le regole, i limiti. Quante volte abbiamo assistito a litigi nelle feste di compleanno. Quante volte li abbiamo visti schierarsi istintivamente, “da una parte e dall’altra”. Quante volte abbiamo dato ragione anche quando non ne avevano. Quante volte li abbiamo invitati a “difendersi”, come se la crescita fosse una guerra.
La verità è che non abbiamo dato peso ai segnali, non abbiamo letto quei comportamenti come sintomi di fragilità, di ricerca, di disorientamento. Ogni ordinanza che limita la libertà dei giovani è segno di un fallimento politico. Non perché la sicurezza non sia importante, ma perché la sicurezza è l’ultimo gradino, non il primo. Le restrizioni non sono soluzioni: sono ammissioni di colpa.
Acri ha bisogno di una politica che guardi ai giovani non come a un problema da contenere, ma come a cittadini in formazione da sostenere. Perché il futuro non si governa con le ordinanze: si governa con la cultura, con la comunità, con la cura.
La trasformazione degli ultimi decenni, invece di ampliare gli spazi di vita, li ha progressivamente ridotti. Acri non fa eccezione. Chi è stato bambino o adolescente in questa città porta con sé un patrimonio culturale ed esperienziale che oggi sembra quasi scomparso: i quartieri come prima forma di comunità, come primo laboratorio sociale, come primo spazio di autonomia controllata. C’erano tanti quartieri, ognuno con la sua identità, le sue vie, le sue viuzze, i suoi confini.
Erano luoghi dove si giocava, si litigava, si faceva pace, si imparava a stare al mondo. Non con tutti si andava d’accordo, ma proprio lì si costruiva la capacità di gestire il conflitto, di riconoscere l’altro, di misurare i propri limiti. Le famiglie ci davano confini chiari: “ fino a qui puoi arrivare, oltre no”. E quei confini erano spazi di libertà, non di restrizione. Erano la cornice entro cui imparavamo a muoverci. Le scuole erano quelle di quartiere. E bastava che un compagno di classe abitasse “alla Catina” o “allu Carbaniu” per sembrare lontanissimo. Quella distanza era un mondo da scoprire, un orizzonte da raggiungere, un percorso da conquistare.
Oggi, invece, il luogo è uno: “Supra d’uartu”. Unico punto di aggregazione, unica piazza sociale, unico spazio dove tutto si concentra e tutto si confonde. La città non offre più una geografia educativa. Non offre più la gradualità degli spazi.
Non offre più luoghi intermedi dove crescere, sperimentare, sbagliare, imparare. La trasformazione dei luoghi ha ridotto gli spazi, ma anche le esperienze. Gli spazi sono fondamentali. Sono la prima infrastruttura educativa. Sono ciò che permette ai giovani di crescere senza essere schiacciati.
Una comunità che riduce gli spazi riduce anche la possibilità di apprendimento, di autonomia, di relazione. Una città che non offre luoghi differenziati costringe i giovani a vivere nello stesso punto, nello stesso modo, con la stessa intensità. La politica deve comprendere che la rigenerazione urbana non è solo estetica o funzionale: è culturale. E che gli spazi sono parte integrante delle politiche giovanili, della prevenzione del disagio, della costruzione della cittadinanza.
La qualità degli spazi urbani, la loro distribuzione, la loro capacità di generare comunità e prevenire il disagio non dipendono solo da scelte educative dei singoli, ma dalle decisioni pubbliche che hanno modellato e stanno modellando la città in questi decenni. Quando queste infrastrutture vengono meno, non è la famiglia a fallire: è la città intera che si è ristretta.
La politica ha il compito di garantire che gli spazi di vita siano adeguati alle esigenze della comunità, soprattutto dei giovani. La riduzione dei quartieri, la concentrazione della socialità in un unico punto, la scomparsa delle micro-piazze e dei luoghi intermedi non sono processi naturali: sono scelte urbanistiche e amministrative.
La mia riflessione non nasce da un sentimento nostalgico. Riguarda il presente, e soprattutto il futuro della città. I quartieri non sono un ricordo: sono ciò che permette alla città di respirare.
Quando una città perde i suoi quartieri, i giovani perdono la geografia della crescita. E la scuola diventa l’unico campo di valutazione, l’unico luogo di relazione, l’unico spazio di confronto. Questo genera stress, competizione, fragilità emotiva. Una comunità che vuole prevenire il disagio deve partire dagli spazi. Perché gli spazi sono la prima infrastruttura della democrazia.
Una città che investe nei quartieri investe nella sua comunità. Per questo la questione dei quartieri deve tornare ad essere un tema politico centrale. Non un dettaglio urbanistico, ma una scelta strategica per migliorare la qualità della vita sociale. Acri non può continuare a vivere compressa.
La città a bisogno di respirare, di espandersi, di ritrovare i suoi quartieri. La politica ha il dovere di farlo. Perché una città che si prende cura dei suoi spazi si prende cura dei suoi giovani.
E una comunità che investe nei quartieri investe nel proprio futuro. E una politica che rigenera gli spazi rigenera la comunità.

PUBBLICATO 17/08/2026 | © Riproduzione Riservata



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