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Acri e la cittadinanza onoraria ad Arminio: una domanda ancora aperta

Foto © Acri In Rete
Comitato Beni Comuni di Acri
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Il dibattito sui borghi e sulle aree interne si è riacceso con una violenza che non sorprende: basta una scintilla, un post, uno scambio velenoso tra il giornalista Christian Raimo e l’autoproclamato “paesologo” Franco Arminio, perché venga a galla tutto ciò che da anni fermenta sottotraccia. Non è solo una disputa personale. E’ il sintomo di una narrazione che, da troppo tempo, oscilla tra romanticismo di maniera e marketing territoriale, ignorando unicità e complessità dei luoghi. In questo quadro, il contributo dell’antropologo Vito Teti – che da decenni studia lo spopolamento, le nostalgie, le ferite delle aree interne – e le analisi di Anna Rizzo sulla narrazione tossica dei borghi dovrebbero essere il punto di partenza di qualsiasi discussione seria. Perché il problema non è “il paese che muore”: è il modo in cui lo si racconta, lo si usa, lo si consuma.
Come Comitato Beni Comuni di Acri, questo tema lo avevamo sollevato anni fa, durante la scorsa consiliatura alla presenza del sindaco, degli assessori Mario Bonacci, Amedeo Gabriele ed altri amministratori. Chiedevamo – con una domanda semplice, diretta – perché si stesse conferendo la cittadinanza onoraria a Franco Arminio. Qual era il valore concreto del suo contributo alla città? Quale impatto aveva avuto sulle nostre politiche culturali, sulla nostra identità, sulle nostre fragilità? Quale relazione esisteva tra la sua retorica dei “paesi che resistono” e una città come Acri, che vive pienamente le contraddizioni delle aree interne? Non abbiamo mai ricevuto una risposta convincente. E oggi, alla luce del dibattito nazionale, quella domanda torna più nitida che mai. Acri è una città dell’area interna. Questo significa una cosa molto semplice: qui la vita quotidiana è fatta di problemi strutturali, non di cartoline e cartelloni pubblicitari.
Sanità, servizi culturali, trasporto pubblico, giovani, anziani. In questo contesto, la retorica del “paese che resiste”, del “borgo che incanta” , dell’”aria pulita che salva l’anima” non solo è insufficiente: è dannosa. Perché sposta lo sguardo dal problema reale – la mancanza di servizi – verso una estetizzazione del disagio. Come scrive Anna Rizzo, nessuno torna in un paese “perché è bello”. E noi lo diciamo con ancora più chiarezza: nessuno tornerà mai in un paese dove non c’è niente, solo l’aria pulita. La narrazione tossica dei borghi è un alibi per non intervenire.
La narrazione tossica dei borghi funziona così: si celebra la bellezza, la lentezza, la spiritualità dei luoghi, e intanto si evita di parlare di ciò che serve davvero.
E’ una narrazione che piace perché non chiede nulla. Non chiede infrastrutture, non chiede diritti, non chiede investimenti. Chiede solo di essere guardata, fotografata, condivisa. Ma le città dell’area interna non hanno bisogno di essere guardate: hanno bisogno di essere vissute. Acri non è un luogo da cartolina. E’ una città complessa, con una storia politica, sociale e culturale articolata.
E’ un territorio che ha bisogno di politiche serie, non di narrazioni consolatorie. Quando si conferisce una cittadinanza onoraria, si manda un messaggio.
Si dice: “questo è il modello che scegliamo”. E allora la domanda che ponemmo – e che riproponiamo oggi – è semplice: Acri vuole essere raccontata o vuole essere governata? Vuole essere un luogo reale o un luogo immaginario? Vuole essere una comunità o un set fotografico?
Il dibattito tra Raimo e Arminio è solo la punta di un iceberg. Sotto c’è una questione enorme: chi decide come vengono raccontate le aree interne? Chi decide cosa vale e cosa no? Chi decide quali voci ascoltare? Noi, come Comitato Beni Comuni lo diciamo con chiarezza: la questione delle aree interne non può essere consegnata alla paesologia, ai narratori, ai testimonial. Deve essere affidata alla comunità, ai cittadini, ai territori, alle competenze.
Perché nessuna retorica, nessuna estetizzazione del disagio, nessun racconto salvifico potrà mai sostituire ciò che serve davvero: sanità, trasporti, cultura, lavoro, diritti. Il resto è fumo. E noi, di fumo, non ne possiamo più.
A breve Acri tornerà alle urne. E come sempre accade nei piccoli centri, la narrazione pubblica proverà a ridurre tutto a una scelta binaria: confermare la direzione o capovolgerla. Continuare o invertire la rotta e con la possibilità ulteriore di un sindaco di aspirare al terzo mandato. Ma questa volta la posta in gioco è più profonda. Non riguarda solo chi governerà, ma come si immagina un territorio. Acri non ha bisogno di un altro giro di promesse.
Perché la vera domanda, oggi, non è chi si candida o si ricandida: è cosa si intende fare per una città che non può più permettersi di essere raccontata come un borgo, mentre vive problemi da città vera. Acri non è un borgo.
E’ una città. Punto. Una città, con problemi da città e responsabilità da città.
La moda passa, la realtà resta. E la realtà è urbana, complessa, politica. La città è qui, con le sue fratture, le sue responsabilità, le sue urgenze. Finché ci nascondiamo dietro la favola del borgo, le questioni restano tutte lì: irrisolte, sospese, negate.

PUBBLICATO 07/09/2026 | © Riproduzione Riservata



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