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Sindaci..a prescindere!

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Guida pratica alla candidatura spontanea: basta il caffè e un profilo social. Da noi la carriera politica comincia così: ci si sveglia, si guarda lo specchio e si decide che la città ha bisogno di noi. Nessun percorso, nessuna esperienza, nessuna domanda scomoda tipo "ma tu, esattamente, cosa faresti?". Quella arriva dopo, e di solito la si evita con un sorriso. Il rito è sempre lo stesso. Prima la foto in bianco e nero, camicia con le maniche arrotolate, sguardo da leader fisso sull'orizzonte. Poi lo slogan, rigorosamente vago per non scontentare nessuno: "Ripartiamo insieme", "La città che vogliamo", "Ora tocca a noi". A noi chi? Per fare cosa? Dettagli. Il programma è in fase di "ascolto del territorio", che è un modo elegante per dire che non è ancora stato scritto. Il candidato tipo si presenta con una dichiarazione solenne: "Mi candido per amore della mia città". Bellissimo. Anche io amo la mia città, ma non per questo pretendo le chiavi del municipio. E infatti nessuno gli chiede come intenda trasformare l'amore in delibere, il che è un peccato, perché la risposta sarebbe un momento di teatro puro. Se lo si incalza, le risposte oscillano tra tre classici. Il primo è "Prima ascoltiamo tutti". Il secondo è "Serve un cambio di passo", senza specificare in quale direzione, a che velocità e su quale strada. Il terzo, il più raffinato, è "Non faccio polemica, io guardo avanti". Avanti dove, resta il terzo mistero di Fatima. Nel frattempo i candidati si moltiplicano come funghi dopo la pioggia. C'è quello che si candida "per dare voce ai giovani", quello "civico ma non troppo", quello "contro i politicisti di professione". Le liste si riempiono così di nani e ballerine: le ballerine per l'effetto scenico, i nani per non fare ombra al candidato sindaco, che deve pur sempre sembrare il più alto della compagnia. Ognuno è convinto di essere l'unica alternativa, e in effetti hanno ragione: alternative l'una all'altra, mai a qualcosa di concreto. Poi si attendono le presentazioni ufficiali che solitamente sono un capolavoro di suspense. Sala gremita (di parenti), buffet modesto, microfono che fischia. Il candidato parla quaranta minuti senza pronunciare un solo verbo all'indicativo futuro. Si applaude comunque, per solidarietà e perché ci sono le pizzette. E così, mattina dopo mattina, la città si scopre popolata di aspiranti sindaci, tutti con una visione, nessuno con un piano, comprensibile del resto, bisogna sostituire chi un piano non lo ha mai avuto. Ma non c'è da preoccuparsi: chi vincerà, prima o poi, dovrà dire che cosa vuole fare. Sempre che, nel frattempo, qualcuno si ricordi di chiederglielo.

PUBBLICATO 05/10/2026 | © Riproduzione Riservata



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