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Oltre la repressione: il disagio giovanile, la crisi del futuro e l'illusione della legge penale

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Giuseppe Ferraro
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Negli ultimi anni, il dibattito pubblico italiano di fronte alle tensioni sociali, alla rabbia delle periferie e al disagio giovanile ha imboccato una strada pericolosamente ripetitiva. Di fronte a esplosioni di violenza urbana o a proteste che scuotono le metropoli, la politica sceglie regolarmente di invocare la "guerra ibrida", la minaccia esterna o il pugno di ferro. Etichettare il malcontento come un complotto o una dinamica geopolitica serve a rimuovere la realtà: in Italia esiste una profonda crisi strutturale che non può essere nascosta sotto il tappeto della retorica securitaria.
Il nodo centrale è il fallimento radicale di una società che ha smesso di generare futuro. I giovani crescono oggi nella consapevolezza che l'ascensore sociale si è bloccato, intrappolati in una morsa di salari fermi, precarietà cronica e costi della vita inavvicinabili. Quando non c'è la speranza di un cambiamento in meglio, la rabbia diventa l'unica lingua parlata da chi si sente escluso.
A questo collasso economico si somma un disastro educativo e sociale. La scuola, baluardo della democrazia e dell'uguaglianza, è stata trasformata in un cantiere perenne, ostaggio di riforme calate dall'alto ad ogni cambio di governo, incapace di ascoltare e orientare i ragazzi. La famiglia stessa, un tempo ammortizzatore sociale e rifugio emotivo, è oggi logorata da un lato da una transizione culturale e relazionale profonda — che ha ridefinito i ruoli senza offrire nuovi punti di equilibrio — e dall'altro da una solitudine economica disarmante. La politica ha desertificato questo tessuto vitale, riducendo il sostegno alle famiglie a qualche bonus spot elargito a ridosso delle urne per raccattare voti, mentre i problemi incancrenivano.
Il simbolo più tangibile di questa bancarotta sociale è la perdita della casa intesa come "focolare". Oggi l'abitazione non è più il porto sicuro, il luogo del calore e dell'unione dove trovare riparo dal mondo, ma un miraggio economico o un fattore di ansia costante. E in questo scenario di sradicamento forzato, i figli si trovano a subire un distacco precoce e brutale: sbalzati troppo in fretta in una società cinica e competitiva, senza una vera bussola interiore e senza la protezione emotiva ed economica di cui avrebbero bisogno, finiscono per affrontare il mondo in una solitudine disperata.
L'illusione dei decreti sicurezza: scambiare il sintomo per la malattia
Continuare a varare decreti sicurezza con cadenza regolare, infarcendo l'ordinamento di nuovi reati e inasprendo le pene, è diventato il rifugio preferito di una politica incapace di governare la complessità. È l'illusione di poter anestetizzare il malcontento sociale a colpi di codici penali e slogan da prima pagina, scambiando sistematicamente il sintomo per la malattia. Un decreto o una stretta repressiva non restituiranno mai un futuro a un giovane senza prospettive, non saneranno le periferie abbandonate e non daranno un tetto a chi non può permettersi un affitto. Quando lo Stato abdica al suo ruolo di cura e prevenzione — scegliendo la scorciatoia della forza anziché l'ascolto e l'investimento sociale — dimostra di non aver capito nulla: la vera debolezza di un Paese non sta nella protesta di chi non ha più nulla da perdere, ma nella miopia di chi governa e sa offrire solo manette e promesse vuote.
La repressione e la cultura della debolezza
Di fronte a questo quadro, la risposta dello Stato si riduce spesso a un automatismo sterile: l'inasprimento delle pene e la creazione continua di nuovi reati. Credere che basti un decreto, un nuovo titolo di reato o una stretta repressiva per cancellare il disagio giovanile non è solo un errore di prospettiva: è una scelta miope che rivela l'incapacità della politica di governare il reale.
Creare continuamente norme penali quando non si possiedono gli strumenti, le risorse o la volontà per farle rispettare — o peggio, quando si ignorano le cause scatenanti del fenomeno — è un esercizio di debolezza travestito da forza. Una legislazione penale inflazionata e simbolica, incapace di prevenire e buona solo a reprimere ex post, genera una pericolosa "cultura della debolezza".
Essa dimostra che lo Stato ha abdicato al suo compito educativo, preventivo e sociale, riducendosi a gestore di emergenze. Quando la legge diventa solo un randello da sventolare, anziché il coronamento di un patto di cittadinanza basato sulla giustizia sociale, sull'istruzione e sul lavoro, la democrazia si impoverisce. La repressione senza ascolto non cura la ferita: la infetta, alimentando un circolo vizioso di sfiducia, distacco e ribellione cieca. Per invertire la rotta non servono decreti punitivi, ma il coraggio di ricostruire i luoghi del futuro: la scuola, la casa, la famiglia e la dignità del lavoro.

PUBBLICATO 24/10/2026 | © Riproduzione Riservata



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