La città che ha smesso di amare i suoi figli
EffeEffe (A.)
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Locali chiusi, sere che finiscono alle sette, ragazzi che partono: il vuoto di Acri non è solo colpa di chi amministra. Acri è una città piegata su se stessa. Chi ha vent'anni lo sa prima degli altri: qui le possibilità sono poche, e quelle poche non sono pensate per loro. Non c'è un luogo dove ritrovarsi. I locali, uno dopo l'altro, sono spariti, e con loro le serate, la musica, il posto dove stare insieme. Restano la piazza e il bar, quando va bene. Certo, le abitudini sono cambiate, qui come ovunque, ma non basta a spiegare il vuoto: il degrado è immenso, tra serrande abbassate e strade spente, fino a far sembrare normale ciò che normale non è. Non c'è un progetto che chiami in causa i giovani, né uno spazio dove provare a fare qualcosa. Non c'è nessuno che chieda loro cosa vorrebbero. Se ne parla nei convegni e nei comunicati, mai nelle scelte. Una politica giovanile non è un lusso: è la differenza tra una comunità che investe su chi verrà e una che si limita a gestire chi resta. Ad Acri non c'è niente di tutto questo, e il problema non è solo di risorse: è culturale. Manca l'idea che i giovani siano una ricchezza da coltivare. Il risultato lo vediamo ogni anno. Finita la scuola, i ragazzi fanno le valigie. Chi resta si adatta: lavoro precario, lavoro in nero, l'attesa. E ogni partenza lascia la città un po' più vuota, più vecchia, più ripiegata. Di quanto questo invecchiamento sia già un'emergenza ci siamo occupati in un altro articolo, dedicato agli anziani. Ma i due problemi non si escludono: sono lo stesso. Una città che non trattiene i suoi giovani condanna anche i suoi vecchi, a restare soli e a restare indietro. Le due emergenze sono una sola. Si può chiamarlo destino. Oppure chiamarlo con il suo nome: una scelta, fatta di assenze. E in questi anni siamo tutti responsabili. Chi ha governato, senza immaginare, e non è questione di anagrafe: l'assenza di idee non ha una data di nascita. Chi ha fatto opposizione, senza costruire un'alternativa. Chi ha fatto impresa, senza guardare oltre il proprio banco. Chi non ha fatto cultura, lasciando vuoti i luoghi che doveva riempire. Chi non ha fatto associazionismo, preferendo il proprio orto al bene comune. E tutti noi, che abbiamo accettato ogni cosa con un'alzata di spalle, ripetendoci che "tanto qui non cambia niente". Ogni silenzio, ogni delega, ogni "tocca a qualcun altro" ha contribuito a piegare questa città. Una città dove la sera finisce alle sette ha smesso di aspettarsi qualcosa. I ragazzi lo hanno capito da un pezzo. Non se ne vanno perché non amano Acri: se ne vanno perché Acri, per prima, ha smesso di amare loro. Finché non tornerà a guardarli come il suo futuro e non come un problema da rimandare, continuerà a piegarsi, un po' di più ogni anno, su ciò che resta.
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PUBBLICATO 03/11/2026 | © Riproduzione Riservata

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