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I lupi non ululano ad “Altopascio”. La scuola carcere

Foto © Acri In Rete
Vincenzo Rizzuto
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Nello scorso mese di agosto, percorrendo le strade di “Altopascio” ho sentito una fitta al cuore, mista ad una specie di nausea, di rigetto, nello scorgere una scuola, il Liceo classico, trasformato in un carcere. Per volontà di chissà quale demone, infatti, tutte le finestre dell’Istituto sono state chiuse da orrende sbarre di acciaio, che impediscono agli studenti non solo la vista ma anche l’eventuale fuga.
Di fronte a tale scempio, allora, mi è venuta in mente la figura di Niccolò Machiavelli, che già nella prima metà del Cinquecento, in una lettera  all’amico Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica fiorentina in Francia, faceva presente che di giorno indossava i panni da  “gaglioffo” per giocare a ‘Trich-trach’ con un ‘beccaio’, un ‘mugnaio’ e due ‘fornaciai’; venuta la sera, ritornava a casa e, prima di entrare nello ‘scrittoio’, sull’uscio si spogliava e metteva i ‘panni reali e curiali’ per rispetto reverenziale, sacro, dovuto al luogo e ai classici che vi leggeva.
Non solo, ma nel vedere il Liceo trasformato in carcere, è balzata alla mia mente, senza che io lo avessi voluto, un’altra immagine, quella di Leone Tolstoj che, nel 1859, nella Russia degli Zar, aveva aperto la scuola di Jasnaj Poljana (alla lettera ‘luogo sereno’), senza porte e senza cancelli per opporsi alla concezione del tempo, in cui le scuole erano concepite come carceri, come luoghi dove gli scolari erano tenuti chiusi come detenuti.
Il grande scrittore pagò con pesanti condanne quella sua idea di libertà e rispetto per la dignità della gioventù, ma il tempo gli darà ragione, e l’Europa intera capirà che la scuola è il tempio dell’uomo come la chiesa è il tempio di Dio.
Ma la mia mente, al cospetto di quelle sbarre orripilanti del Liceo di “Altopascio”, con pensieri altalenanti e insistenti, non mi ha portato solo a Machiavelli e Tolstoj, mi ha anche presentato, d’imperio, l’immagine de “La città del Sole” di Tommaso Campanella, che ai primi del Seicento (mi raccomando, non confondiamo con i primi del 2016!), tratteggiava una città ideale, in cui tutti i ragazzi andavano a scuola in edifici architettonicamente belli, solari, in mezzo a giardini meravigliosi, senza sbarre, senza cancelli, con strade e muri decorati con figure geometriche e regole matematiche, in modo che la gioventù e tutta la popolazione avessero la possibilità di istruirsi anche quando passeggiavano in quell’ambiente colto e accogliente; come a dire una città ed una scuola costruite a misura d’uomo, libere, giocose, belle a vedersi e ad essere vissute, disegnate da architetti filosofi.
Ad “Altopascio”, invece, le scuole vengono prese di mira da bracconieri di professione e abbattute, o trasformate in carcere duro, senza che nessuno si agiti e si arrabbi: non ululano gli studenti, non aprono bocca i genitori, non abbaiano i consigli comunali, i collegi dei docenti, tacciono le Fondazioni, i sedicenti movimenti e i fantastici partiti politici.
Nessuno, nessuno ulula come lupo mannaro ad “Altopascio”, nemmeno quando, insieme alla costruzione di scuole carcere, si chiudono le strade, gli ospedali ed ogni altro presidio civile.
Allora c’è da chiedersi se tutto quell’ amore reverenziale verso il libro e la libertà, tanto inseguito da spiriti come Machiavelli, Tolstoj, Campanella e tanti altri, non sia pura follia di ‘quattro gatti e non più’, come un tempo, oggi assai lontano, erano chiamati alcuni ‘facinorosi’ nella stessa “Altopascio”! Il tempo allora è davvero immobile in alcuni luoghi.

PUBBLICATO 08/09/2016 | © Riproduzione Riservata



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