OPINIONE Letto 5327

Programmare una campagna regionale di studi preistorici per cercare un'identita'


Foto © Acri In Rete



Ascoltando, 27 anni fa, il prof. Renato Peroni, professore di Protostoria Europea all'Università “la Sapienza” di Roma, che presentava i risultati della campagna degli scavi 1990/91 sulla collinetta di Broglio nel comune di Trebisacce (CS), sono stato invogliato a recarmi sul luogo. Ne fui ampiamente ripagato per lo scenario che ho potuto osservare, nonostante gli scavi fossero stati ricoperti. Da questa sommità lo sguardo spaziava su buona parte del Golfo di Sibari: dal vicino litorale trebisaccese (ad oriente) alla foce del Fiume Trionto (a sudest), per elevarsi, a meridione, sui contrafforti ombrosi della Sila Greca e spingersi, ad occidente, lungo la Valle del Crati fino alla Catena Costiera tirrenica. 
Il paesaggio è tuttora suggestivo, e doveva esserlo ancora di più per coloro che, propensi a nuove conoscenze, scrutavano, migliaia di anni fa, l'ampio orizzonte.
In un articolo sul periodico acrese “Confronto” (n. 9, anno XVII, ottobre 1991), accennavo proprio al fascino che poteva avere siffatto panorama sull'animo di chi lo osservava ed alla spinta emotiva che induceva ad esplorarlo e a viverlo.
Grazie all’intuizione del prof. Peroni si erano accertate, a quel tempo, presenze protostoriche nel Comune di Trebisacce, ma ora sta a noi cittadini manifestare uguale interesse ed attenzione per portare alla luce testimonianze del nostro passato nel resto della Calabria. 
Spesso, è il caso che aiuta la volontà umana a fare scoperte sensazionali: infatti, dopo cinque anni da quella data, si è avuto, in modo fortuito, il ritrovamento di reperti dell’età del bronzo antico proprio nel centro urbano di Acri. 
Buon per noi, infatti, che Giuseppe Palermo, docente di Lingua straniera alle scuole superiori, riuscì a individuare (informandone immediatamente la Soprintendenza Archeologica di Sibari) resti ceramici in un terreno di risulta, proveniente dallo sbancamento per la costruzione di una scuola sul Colle Dogna di Acri (“Confronto”, a. XXII, n. 9, ottobre 1996). 
Non è stata certamente una preveggenza ciò che io ipotizzavo per l'Altopiano silano nella nota riportata su “Confronto” dell’ottobre 1991; bastava solo pensare che l’entroterra più periferico, tanto della Magna Grecia quanto dell'Impero Romano (soprattutto in Calabria), poteva essere abitato da popolazioni indigene già dalla preistoria, anche senza che queste figurassero nei documenti storici. Recenti scavi archeologici hanno indotto a correggere molti fatti della storiografia ufficiale, storiografia il più delle volte basata sugli scritti dettati dai vincitori e spesso tendente ad ignorare o ad esaltare avvenimenti cruciali (non a caso qualcuno tende, tuttora, a negare quel che si è verificato nei campi di concentramento nazisti o in quelli dell'ex Jugoslavia del XX secolo, nonostante le testimonianze di ex internati, di sopravvissuti all'olocausto ed il ritrovamento di fosse di sepolture comuni; come del resto si cerca di occultare i crimini perpetrati sulle varie popolazioni dalle dittature nei paesi africani, sud-americani, asiatici). 
Adesso, in virtù dei ritrovamenti avvenuti nel nostro entroterra (dalla Grotta del Romito in Papasidero - dove il graffito del “Bos primigenius” era evidente al più distratto osservatore - alle Grotte di Sant’Angelo in Cassano allo Ionio, al Colle Dogna e ad altri luoghi in Acri e poi ai Campi S. Lorenzo in Spezzano della Sila e alla grotta di Pietra Sant’Angelo in San Lorenzo Bellizzi) si rende necessario, quasi impellente, programmare un'accurata indagine protostorica a livello regionale. 
Agli Organi competenti ed alla classe politica calabrese viene, allora, demandato l’impegno a provvedere per far luce su un passato antico rimasto finora ignorato.


PUBBLICATO 09/02/2018  |  © Riproduzione Riservata




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