OPINIONE Letto 276

Acri, la città che chiede conto: tra affidi diretti, degrado e diritti negati


Foto © Acri In Rete



Il sindaco Pino Capalbo, sostenuto da una giunta a gruppo elettrogeno, cita Seneca: “non è perché le cose sono difficili che non osiamo; è perché non osiamo che esse sono difficili”. Un richiamo nobile, che tuttavia non può sostituire la responsabilità amministrativa.
Acri avrebbe bisogno di amministratori che sappiano pensare, non frasi riciclate. La filosofia è vita, è conoscenza, è responsabilità – e di veri filosofi, nelle amministrazioni di ieri e di oggi, non c’è mai stata nemmeno l’ombra.
La città non si governa con le massime, ma con scelte chiare, trasparenti e orientate al bene comune. E negli ultimi anni, ciò che è mancato non è il coraggio, ma la responsabilità. Non è l’audacia, ma la volontà di guardare la città senza filtri, senza propaganda, senza autoassoluzioni.
Ad Acri, basta camminare per le strade per capire che qualcosa non torna. Le opere inaugurate con entusiasmo sembrano aver perso la promessa, i presidi educativi hanno smarrito identità, il centro storico scivola nel silenzio e gli investimenti milionari non hanno generato la vita che dovevano accendere.
Dietro le parole dell’amministrazione – affidi diretti, stabilizzazioni, progetti, cantieri – si intravede una città che fatica a riconoscersi nelle scelte compiute. E mentre le strutture pubbliche si riempiono senza una visione, i luoghi simbolo si svuotano di significato. E’ in questo scenario che i cittadini, ogni giorno, misurano la distanza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene realmente vissuto. Una lunga serie di lavori pubblici è stata affidata tramite affidi diretti. La domanda è inevitabile: chi ne ha beneficiato? Perché quando la discrezionalità diventa metodo, la trasparenza diventa un intralcio. E Acri ha visto crescere interventi che sembrano più figli di rapporti personali che una visione amministrativa. Una città non si amministra con il “decido io”: si governa con il “rispondo a tutti”.
La stabilizzazione dei lavoratori LSU doveva essere un atto di dignità. E’ diventata un meccanismo di collocamento politico: mansioni vaghe, nessuna formazione, nessun progetto. Uffici, biblioteche, fondazioni: presenze che non costruiscono servizi, ma equilibri. La biblioteca comunale è un simbolo: spazi insufficienti, frammentati, incapaci di svolgere una funzione culturale degna. Giusto per citarne una: anni fa fu donata gratuitamente una collezione di libri che ancora oggi giace negli scatoloni, perché catalogarli e sistemarli dignitosamente negli scaffali sembra un’impresa insormontabile. E parliamo di libri, non di cullurielli. Eppure si continua a “sistemare” personale come se la cultura fosse un deposito da riempire, non un bene da proteggere. Il sindaco rivendica scuole e asili nido come trofei amministrativi.
Eppure lo spazio verde di Pastrengo è stato sacrificato al cemento, mentre la scuola di Padia è stata trattata più come un edificio da occupare che come un bene da preservare.
La cura non si dichiara: si pratica. E’ difficile parlare di futuro educativo quando si impoveriscono i luoghi che dovrebbero sostenerlo. Sin dalla sua inaugurazione, l’edificio ha visto avvicendarsi scuole utilizzate come prestanome e altre a tappare i vuoti, senza mai costruire un progetto educativo stabile. Oggi, quello che avrebbe dovuto essere un presidio formativo è diventato semplicemente un centro di aggregazione comunale, non più una scuola. Padia, Picitti, Castello, Duella, residenti paragonabili agli abitanti di un caotico condominio.
Un numero che politicamente non sposta nulla. E infatti il centro storico è stato abbandonato. La Torre Civica -  simbolo di Acri – viene abbandonata a se stessa mentre  via Padula, tanto celebrata da questa amministrazione, oggi mostra tutt’altra verità: negozi chiusi, serrande abbassate, marciapiedi consegnati all’incuria e alle erbacce.
Il nuovo progetto finanziato dal GAL Sila Sviluppo che prevede la riqualificazione del Palazzo Monachelle e del percorso storico che collega via Calamo, via Padula e piazza Marconi mostra l’assenza significativa di dati ufficiali. Il progetto  descritto  come rigenerazione urbana e valorizzazione urbana è privo di una comunicazione trasparente sulle modalità di gestione e assegnazione degli spazi una volta completati i lavori.
La struttura pare sia destinata alla creazione di spazi per eventi, laboratori gastronomici, attività culturali, mercati dei prodotti tipici inserendo il Palazzo in un sistema integrato di turismo sostenibile ed esperienziale. Il fallimento delle “Botteghe di via Padula” ridà energia  per creare nuovi spazi magari accontentando un’altra fetta di elettorato, viste le imminenti elezioni. Ricordiamo che, oggi, Palazzo Monachelle ospita realtà associative molto diverse: associazioni di volontariato che svolgono un servizio prezioso per la comunità, ma anche organizzazioni che avrebbero potuto sostenere autonomamente i costi di una sede e che, non a caso, risultano particolarmente vicine all’attuale amministrazione.
Ci risulta inoltre che un’ulteriore associazione abbia ottenuto locali proprio sotto la Fondazione Padula. Anche in questo caso, non è chiaro perché si sia ritenuto necessario concedere un simile privilegio, né quali valutazioni abbiano portato a questa scelta. Il palazzetto dello sport è costato milioni. Risultato? Affidato a privati che ne limitano l’uso pubblico. Il teatro comunale è un cantiere eterno dato all’incuria. Acri è piena di opere che non generano comunità: cemento che non diventa vita, strutture che non diventano servizi.
Il sindaco afferma: “chi amministra sbaglia, ... avremmo potuto fare di più”. Una frase che lava tutto.
Una frase che sembra autocritica, ma serve solo a disinnescare le responsabilità. Perché sì, si poteva fare di più: si poteva ascoltare, programmare, costruire con visione. Le opere restano, certo. Ma resta anche il modo in cui sono state pensate, affidate, gestite. E su questo, saranno i cittadini a fare i conti: sul suo modo di servire, sul suo modo di ascoltare, sul suo modo di costruire. E mentre tutto questo accade, i cittadini – quelli che vivono Acri ogni giorno, non  quelli che la attraversano solo in campagna elettorale -  vorrebbero poter pensare con positività alla vivibilità di questa città, ma ormai faticano persino a trovare parole. Perché quando la delusione diventa sistema, il silenzio non è più rassegnazione: è giudizio. E quel giudizio, oggi, pesa.
Come Comitato Beni Comuni di Acri, rivendichiamo nel senso più nobile i diritti che ogni città deve garantire ai propri cittadini: trasparenza nelle scelte, tutela dei luoghi, valorizzazione delle persone, rispetto del patrimonio comune. Dissentiamo da tutto ciò che somiglia a un saccheggio dei beni pubblici, delle opportunità, della fiducia collettiva.
Perché una comunità cresce solo quando ciò che è di tutti viene amministrato con responsabilità, visione e rispetto. Ribadiamo al sindaco che “ha fatto di più” soprattutto aumentando i tributi di spazzatura e acqua, colpendo famiglie, lavoratori e disoccupati.
Gli dedichiamo, non a caso, la canzone di Morandi-Ruggeri-Tozzi Si può dare di più. Come CBC di Acri, a breve organizzeremo un incontro pubblico con la cittadinanza su questo tema.

PUBBLICATO 09/07/2026  |  © Riproduzione Riservata




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