Vincenzo Rizzuto e Caino disse: 'Andiamo ai campi' Romanzo (e saggio)
Mario Iazzolino
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Vincenzo Rizzuto è un buon narratore. Cerca il miele della storia di un paese, di una famiglia caratteristica della Sicilia di non molto tempo fa, come le api che punzecchiano le parti più succose e nascoste dei fiori per farne un prodotto dolcissimo attraverso l’amaro del volo e della produzione laboriosa densa di fatica e di intensità della tessitura narrativa.
Il linguaggio, limpido, lineare, efficace, si colora, spesso, di espressioni più popolari di rara forza comunicativa. Il romanzo rivela una successione straordinaria degli eventi e una capacità critica d’indagine psicologica che penetra nei recessi più profondi dell’anima dei personaggi ben delineati, simboli e succubi della società bene, nota all’autore che guarda con occhio indagatore e fortemente critico nel proporre una situazione sociale in cui si è cambiato il modo di agire, ma probabilmente sono rimasti intatti la tracotanza e i soprusi. I fatti e i tragici eventi raccontati sono molto verosimili, tipici di una società ben conosciuta, tanto deplorata quanto ancora non scomparsa completamente. Il racconto drammatico si snoda in una successione dalla trama avvincente che conquista il lettore. I due personaggi, siciliano l’uno e calabrese l’altro, giovani e brillanti emigranti, di estrazione medio borghese, di oneste tradizioni e figli di professionisti, si scontrano con una di quelle famose famiglie che occupano un ruolo importante nella gestione del potere mafioso, soccombendo da una parte, ma trionfando alla fine a scapito della vita sacrificata di un vero amico che si immola per l’altro. I molti temi, ovviamente, sono di ordine sociale in cui la denunzia è forte e i particolari sono talvolta agghiaccianti. Sono toccati, sia pure in modo lieve e brevemente, il problema di Dio e della creazione, l’intento umanitario che traspare in tutto il narrato, emanazione diretta della personalità del narratore rivolta al problema sociale e ai rapporti umani. Il vecchio maestro Cerruti sostanzialmente era ateo, seguace del positivismo ottocentesco, ma ciò non gli aveva impedito di avere una visione religiosa del mondo. L’idea di un universo infinito e nato dal nulla gli procurava fastidio, inquietudine. Si era sempre posto il problema drammatico di chi fosse l’autore di tutta la realtà, compreso l’uomo, e ogni volta che aveva tentato l’approdo ad una concezione fideistica di un ‘creatore’, la sua ‘maledetta’ ragione aveva gridato alla scandalo: se è vero che ‘nulla si crea e nulla si distrugge’, il dio dei cristiani e di tutte le altre religioni non può essere scaturito dal nulla, non può essere autore del mondo e di se stesso…(pp.54-55). Il ‘sovranismo’, come arroccamento entro i propri confini e privilegi, è un’assurda pretesa di rifiuto dell’altro da sé, ritenuto inferiore e senza diritti fondamentali alla vita; è il disprezzo razzista, che tanti lutti ha generato nel mondo… Chi lo pratica vive in un regime mentale logicognoseologico da vedere e da considerare come una vera pestilenza infettiva, che minaccia dalle fondamenta la stessa convivenza civile (p.56). Il controllo e l’amministrazione della cosa pubblica è sempre servita a dare prestigio e potere, come le cariche politiche, che notoriamente vengono utilizzate spregiudicatamente per dare posti di lavoro, posti letto negli ospedali, immunità ai grandi evasori fiscali, ai trafficanti di droga, o appalti di grandi opere pubbliche agli ‘amici’. (p.77) La “fuitina”, ormai scomparsa quasi completamente dal vocabolario siciliano per effetto della cosiddetta “modernità”, non può, però, essere dimenticata. La storia di un aspetto del costume rimane relegato al passato, ma non può non essere evocato: quando non c’è coincidenza fra le famiglie di una possibile unione, i fidanzati, forzando la loro volontà contraria, ricorrono alla pratica della “fuitina” che le costringe ad accettare la nuova situazione di amore consumato. In questo caso, tuttavia, non ha l’effetto che si erano prefissi i fidanzati poiché la “famiglia” di lei ha cercato di nascondere il fatto, evitando assolutamente il matrimonio! Il destino, però, è spesso capriccioso e il tempo talvolta galantuomo, anche se attraverso sacrifici supremi! Si nota, infine, una forte sensibilità per i problemi sociali, un rifiuto assoluto dei soprusi, delle ingiustizie, delle sopraffazioni da parte dei “più forti, dei potenti” e di ogni malversazione contro i più deboli o nei riguardi di persone di classi sociali cosiddette inferiori. Non manca uno sguardo al carattere dei Meridionali in merito al valore dell’amicizia, al senso dell’ospitalità e dell’accoglienza che trovano origine nell’antica Grecia e in altre popolazioni che hanno calpestato questa nostra bella e vituperata terra di Calabria. Belle pagine, in un saggio finale, sono dedicate a un amico comune che ha avuto una vita convulsa, difficile, ma molto attiva, avendo pubblicato due saggi e avendo insegnato anche in un’Università italiana. Le capacità critiche dell’autore emergono chiare ed efficaci e sono finalizzate a ricordare una persona cara e sfortunata che ha viaggiato in diversi Paesi e si è distinto per le sue doti d’intelligenza e di forza d’animo, spese a vivere intensamente e a soddisfare il suo disagio esistenziale e la sua ansia continua. Giuseppe Antonio Arena è stata una bella figura di uomo, sempre disponibile all’amicizia più profonda e duratura. In definitiva, il libro è interessante, dotato di analisi psicologiche raffinate e di notazioni che danno uno spaccato di una società che, si spera, superata dall’attualità relativamente diversa da quella di una volta. |
PUBBLICATO 09/03/2020 | © Riproduzione Riservata

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