Il tempo passa, il segno resta
Franco Bifano
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L’altra mattina, quando a sorpresa me lo sono trovato sulla porta dell’ufficio, con il sorriso sornione di chi č soddisfatto e gli occhi pių brillanti delle stelle nella notte di San Lorenzo, ho intuito che fosse venuto che per mostrarmi qualcosa alla quale tenesse molto. In effetti, Angelo era venuto per parlarmi del suo nuovo libro.
Ne avevamo parlato tempo fa, ma poi con l’arrivo della pandemia pensavo che il progetto avesse subito, come un po' tutte le cose, un inevitabile rallentamento. Evidentemente avevo sottovalutato quanto il mio amico, poeta di grande talento, fosse caparbio e tenace. Neanche il tempo di invitarlo ad entrare che era giā partito come un fiume in piena con il racconto del lavoro fatto. Il suo entusiasmo del resto č comprensibile, questo č il nono libro che scrive negli ultimi undici anni. Il nuovo lavoro arriva dopo ben sette libri di poesie in vernacolo, oltre a una sorta di dizionario acrese-italiano scritto nel lontano 2009. Č una raccolta meticolosa quanto preziosa di proverbi, modi di dire e filastrocche. Tutte espressioni tramandate nel tempo dai nostri nonni. Non un semplice libro quindi, ma uno scrigno dove ritrovare una buona parte del nostro vissuto. Nel mostrarmi l’impaginazione, Angelo non sfoglia le pagine ma letteralmente le accarezza, quasi temesse di sciuparle. Lo fa con la stessa premura di un papā che si occupa del figlio in fasce. Mi colpisce la bella immagine scelta per realizzare la copertina. “Č una magnifica foto realizzata da mia figlia”, mi dice con orgoglio. In effetti, Marianna č riuscita a catturare in uno scatto l’austera bellezza che mostrano i ruderi di alcune case del centro storico pių nascosto. Alcune mura continuano a restare ostinatamente e orgogliosamente ancora in piedi, nonostante le offese ricevute dall’incuria e dal tempo. Inevitabilmente finiamo per parlare degli oltre 370 premi ricevuti in ben 17 regioni, oltre naturalmente quelli alla carriera. Tuttavia, nonostante siano aspetti gratificanti gli occhi prima scintillanti si coprono di un velo di tristezza, la stessa che caratterizza alcune sue poesie. So giā cosa lo amareggia, č una questione che lo tormenta da tempo ormai. Mi dice infatti: “Negli anni, cambiano i suonatori, ma la musica per me resta sempre la stessa. Mentre ricevo premi e gratificazioni da quasi tutta l’Italia, le istituzioni della mia cittā sembrano ignorarmi. In tutti questi anni, ad esempio, alla presentazione dei mii libri non ho mai avuto la soddisfazione di avere a fianco nemmeno un Sindaco. Del resto, mentre per gli altri i contributi non mancano, a me sembra che ogni volta mi facciano l’elemosina, acquistando poche copie di qualche mio lavoro. Dimenticano forse che la pubblicazione di un libro richiede costi elevati. Ma io non demordo e vado avanti. Per fortuna ho l’aiuto di Aziende che apprezzano il mio lavoro e lo sponsorizzano.” Come dargli torto! Credo fermamente che i libri di Angelo nel tempo saranno destinati a diventare preziosi testimoni del nostro dialetto e della nostra storia. In particolare, quest’ultimo rappresenta un sorta di diario nel quale tra cinquanta anni ritrovare magari le testimonianza di come eravamo e cosa pensavamo. Il poeta Angelo Canino meriterebbe pių attenzione ed č un vero peccato che i “sonaturi”, come lui li definisce, suonino sempre lo stesso spartito, escludendo chi non ha “padrini” politici. Per questo, a mio avviso, il suo talento fa fatica ad essere valorizzato. Considerato che non esiste peggior sordo di chi non vuol sentire, l’amico poeta ha voluto omaggiare questi “distratti” musicanti che continuano a proporre ancora nel 2020 il solito vecchio e logoro repertorio, dedicando solo ai soliti “amici” una sua poesia, naturalmente in vernacolo: Vėarsi nn’č scrittu tanti, e cori allegri e dde cori affranti vėarsi e amuri e giuvanelli, vėarsi e cosi brutti e ccosi belli, chissi chi ste scrivėanni a ssu munmenti, su dedichčati a nnu certu tipu e genti chi a ssu pajisi mia su stčati tanti, e ssu d’illi, su lli musicanti. Illi fčani chjōvari e scampčari, u mottu preferitu č llu dicchčari, c’č ll’avuchčatu, u mėadicu, a commessa, cāngiani dopp’i voti ma a musica č lla stessa; chčari sonaturi e ssu pajisi mia, ccu qučada fāccia caminčati ppe lla via? nu riconoscimentu s’u mčritani tutti quanti i figli e papā e ll’elemosinanti!! |
PUBBLICATO 11/07/2020 | Š Riproduzione Riservata

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