I conti non tornano
Giuseppe Donato
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Non ci voleva poi tanto affinché si palesasse la temuta resa dei conti, con tanto di scontri sociali che riecheggiano nella testa di ormai panciuti ex sessantottini, a conferma che la deriva arruffapopolo della politica urlata praticata dal tintinnio di monetine, davanti all’Hotel Raphael, fino ai nostri giorni, altro non è che una scolorita rievocazione del ventennio fascista (fortunatamente senza la guerra e l’Olocausto, ma con l’olio di ricino e le manganellate sotto mentite spoglie) con relativa speranza di replicazione del boom postbellico con il contatore del debito pubblico occultato e soppiantato da celebrate conquiste di “donazioni” a tasso zero o quasi, dimenticando che gran parte dell’attuale debito pubblico italiano si trova saldamente nelle mani dello stesso elargitore e che prima o poi si presenterà con il conto da pagare, costringendo la classe politica a piatire sconticini e trattamenti di favore in nome di quell’odierna Europa che difficilmente si concilierebbe con il manifesto di Ventotene di spinelliana memoria.
Se i conti non tornano, altri lo fanno volentieri e mi si perdoni il gioco di parole, perché nelle piccole realtà come quella acrese ci si conosce fin da bambini e ci si scruta, da buoni calabresi, per scoprire di che pasta si è fatti e quindi provare ad anticipare cosa potrà mai riservarci quel dedalo infinito di possibilità che per convenzione chiamiamo esistenza. Lungi da me l’idea di criticare scelte altrui o invidiarne i successi, ma mi si consenta di soffermarmi su una categoria che è quella che più mi intriga perché da sempre sorpresa a farfugliare, tramare, banchettare, brigare, esporsi e ritrarsi. Sono quei gran signoroni che scappano dai paesotti travestiti da città (perché in Calabria niente è come appare e persino grandi città come Cosenza, sono la sommatoria di paesanotti discesi a valle per sbarcare il lunario in attività molto spesso borderline) per poi tornare a mani vuote in cerca di ristoro presso elargitori di risorse (quasi sempre pubbliche!), i quali sciaguratamente finiscono per consegnarsi mani e piedi a millantatori di successi imprenditoriali nell’ambito dello show business (magari dopo averne fatto parte soltanto come attrezzisti di scena!) che di colpo diventano i ghost writers delle politiche culturali del paesello oops... della cittadina presilana, ritenuta un tempo troppo piccola per far emergere il proprio talento (?) ma di gran lunga ben gradita per rifarsi una verginità artistica e politico-culturale opportunamente alimentata da cercatori di followers intenti a nutrire il proprio ego smisurato. Trattandosi di tristi scenografi e pessimi scrittori, questi signorotti finiscono per cibarsi delle opere altrui perché non ne hanno di proprie, eccezion fatta per le pagine Facebook che gestiscono per conto terzi e magari una mattina ti ritrovi il “loro” manifesto affisso in pieno centro con il chiaro intento di provocare la cittadina acrese, a torto ritenuta sonnecchiante oppure irrimediabilmente orfana di esempi positivi, dimentichi che loro stessi sono “andati” pur essendo rimasti! Parafrasando dunque l’ode del cittadino onorario Franco Arminio oserei dire: Andate, che qui di fannulloni non vi è bisogno. Qui chi è rimasto si sta facendo il mazzo anche per permettervi di “volantinare” come sciacalli qualsiasi, disperdendo risorse che potevano diventare pasti per chi quotidianamente fa appello all’associazionismo per mettere insieme pranzo e cena! «La massa può amare un poeta solo per malinteso» (Jean Cocteau) |
PUBBLICATO 30/01/2021 | © Riproduzione Riservata

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