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Se questo è un uomo

Foto © Acri In Rete
fra Piero Sirianni
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L’espressione “Se questo è un uomo” fa parte dei versi iniziali dell’omonima opera di Primo Levi, sopravvissuto alla prigionia del campo di Auschwitz; l’intero libro voleva essere una testimonianza su ciò che l’autore (e con lui le milioni di persone) visse in quegli anni in Europa. Erano tempi bui, una notte oscura per la storia dell’umanità e dei popoli. Benedetto XVI, visitando lo stesso luogo polacco il 28 maggio 2006, ebbe queste espressioni: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania.
In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto?
Perché hai potuto tollerare tutto questo?
È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cos
a».
In queste settimane stiamo ascoltando nei tele e radio-giornali simili espressioni che vengono partorite da uomini, donne, anziani, adolescenti in fuga dalle proprie case e città, dal proprio mondo e dalla vita ordinaria, dal presente e dal futuro: «Sono in viaggio da 20 ore»; «Abbiamo dovuto superare decine di posti di blocco, con la paura che qualcuno ci sparasse addosso»; «Siamo terrorizzati del fatto che qualche bomba ci possa cadere sulla testa o qualche mina possa esplodere sotto i nostri piedi»; «Non so dove andrò»; «Ho potuto portare con me solo questa valigia: tutta la mia vita è finita sotto le macerie della palazzina crollata sotto i missili»; «Mia nonna non era in grado di scappare ed è dovuta rimanere nel bunker»; «Siamo rimasti senza cibo per 4 giorni»; «Mio marito è rimasto sul fronte a difendere la nostra Patria»; «Sono ora sola a crescere questi 3 figli».
L’elenco potrebbe continuare…
Più giorni passano e maggiore ed insopportabile diventa la sofferenza per tanti, troppi! Quante persone umane innocenti finiscono vittime di atrocità, ingiustizie, dominio militare, potere economico, prestigio nazionale.
Dal cuore della Terra si leva ancora, a distanza di 80 anni, il grido: “Se questo è un uomo…”!
Nessuno di noi è nelle possibilità umane di porre fine a tutto questo! Tuttavia, ognuno è chiamato a prendere sempre più consapevolezza delle vicende storiche e della complessità del vivere umano.
Di quello che sta avvenendo in questo mese nell’Europa dell’Est stiamo ricevendo continui aggiornamenti (almeno secondo ciò che i media ci stanno trasmettendo); dei tanti conflitti che insanguinano ancora il continente africano o l’America del Sud sappiamo poco o niente.
Di fronte a tutto questo ci chiediamo ancora: “Se questo è un uomo…”!
Effettivamente, questo è l’uomo creato a immagine e somiglianza divina (cfr Gen 1,27); «Fatto poco meno di un Dio» (Sal 8,6). Egli è anche capace di gestire molto male la libertà che gli è stata donata (gratuitamente).
Ed allora meditiamo e scegliamo sempre l’amore, il bene comune e dell’altro, la concordia, la fraternità, il perdono e la misericordia, la giustizia e la mitezza; custodiamo la grazia!
Le porte dei nostri cuori siano aperte ed accoglienti verso tutti!

PUBBLICATO 19/03/2022 | © Riproduzione Riservata



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