La ''civiltà'' ed il culto dei morti
Leonardo Marra
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Permettetemi di prendere spunto dalla “lettera aperta” che il mio caro amico Vincenzo Rizzuto indirizzava al sindaco (la trovate qui) per esprimere il mio punto di vista.
Purtroppo io sono uno di coloro che, in questi giorni soffrono per la scomparsa di una persona cara e nel vedere la sua bara riposta, assieme ad altre, in un angolo di un anonimo stanzino cimiteriale mi sovviene quanto Ugo Foscolo, ne I Sepolcri, aveva inteso perfettamente: “una società che non conserva il culto dei morti fra i suoi valori spirituali più preziosi, non merita di sopravvivere”. Consentitemi una piccola parentesi, un attimo di sfogo. Non riesco proprio a concepire come l’Amministrazione di una città di oltre 20.000 persone non possa prevedere che, prima o poi, potrebbe ritrovarsi in una situazione come quella che si è verificata. Da oltre un mese si accatastano le bare senza nessun rispetto per chi non c’è più o per i familiari che si trovano a soffrire doppiamente (ma si sa che i vivi contano come il due di coppa quando la briscola è a denari, salvo poi ricordarsi che siamo persone al momento delle nuove elezioni… e via così). Detto ciò, ben venga il suggerimento del caro Vincenzo, anche se non credo si tratti di costruire grattacieli, ma di pianificare le attività più basilari di una città. Pensiamoci un attimo, in fondo sappiamo bene che possiamo evitare tutto, ma non di nutrirci o di morire. Ergo i posti al cimitero non dovrebbero mancare mai, come non dovrebbe mai mancare il pane in un supermercato o nel negozietto all’angolo. Ho sempre sognato che, al di là della soglia di un camposanto, si entrasse in un mondo dove le disuguaglianze potessero essere bandite per sempre, dove (come diceva il grande Totò) “Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo, trasenno stu canciello ha fatt'o punto c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme”. Invece continuiamo a perpetuare il mito della possanza; chi da vivo aveva o credeva di avere una seppur minima “autorità”, da morto deve continuare ad incutere soggezione in chi si imbatterà nel suo mausoleo. Ed ecco che nello stesso brandello di terra dove si potrebbero costruire 20-30 loculi sorge, invece, la “piramide” di tizio o caio i cui familiari, alla stregua di un faraone dell’antico Egitto, sentono la necessità di perpetuare la caducità della sua esistenza. Ed è proprio a causa di ciò che ci si ritrova, poi, a non avere abbastanza terreno dove costruire le ultime dimore per i nostri cari. E nel frattempo le Marie, i Francesco, i Giuseppe, gli Angeli (o meglio, i loro parenti) aspettano, sperano e soffrono in silenzio. La via non è quella di un piano in più (ben venga anche questo), ma quella di costruire più loculi uguali per tutti e chissà che, almeno per i nostri cari defunti, possa esserci un aldilà nel quale la “grandezza” di un uomo o di una donna non si misuri in quantità di marmo utilizzato. E se proprio serve un esempio guardiamo anche altrove. Per la commemorazione dei defunti mi trovavo a Soveria Mannelli, ed ho scoperto che in quella piccola comunità una nuova ala del cimitero è stata approntata con loculi già completi. Sono tutti uguali, tutti in marmo dello stesso colore (se interessa: marroncino chiaro venato), quasi tutti vuoti, ma completi; mancano solo nome e data. Per una volta prendiamo esempio dalle cose ben fatte. Sarebbe affascinante scoprire che il tempo dei Tutankhamon ce lo siamo finalmente lasciati alle spalle. |
PUBBLICATO 06/11/2022 | © Riproduzione Riservata

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