I RACCONTI DI MANUEL Letto 1308  |    Stampa articolo

Gli anni migliori

Foto © Acri In Rete
Manuel Francesco Arena
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È un giorno di sole aprilino. La scuola è appena finita. Subito a casa a pranzare e via cambiarsi con la solita maglia numero dieci della squadra del cuore ancora sudata da ieri. Gli amici sono già quasi tutti al campetto. Mancano i soliti ritardatari fra cui colui che deve portare il pallone e quello che deve essere impeccabile anche in queste occasioni. I due più forti fanno le squadre, alla fine da scegliere restano sempre i più scarsi e c’è sempre la solita bagarre per prendersi l’ultimo fra gli ultimi che non saprebbe fare nemmeno un gol a porta vuota.
Poi palla o porta. “Prendiamo la porta al riparo del sole, a voi la palla. Tanto ve la soffieremo subito perché in fondo, siamo o no i migliori?”. Finalmente solo adesso la partita ha inizio. La tensione è alle stelle. E’ la nostra finale di Champions quotidiana e questo sgangherato campetto con il manto sintetico usurato, è il nostro Camp Nou. Il pallone non riposa mai. Passano le ore. Si perde il conto del risultato e della somma dei gol. Quando il sole lascia lo spazio alla sera prima del buio, qualcuno grida dalle retrovie: “Si va ai rigori!”. Come sempre il più scarso dei scarsi con il suo piede sbilenco, calcia il suo tiro dal dischetto fuori. Abbiamo perduto, ma che ce ne frega! Ci costerà lo smacco del momento e qualche sfottò, ma statene pur certi, domani alla solita ora saremo di nuovo qui e ci rifaremo. A casa una doccia per lavare la polvere ed il sudore, i compiti di matematica, i cartoni di Holly e Benji, la cena e prima di andare a letto una partita alla Playstation a FIFA. Questo è il tuo mondo da adolescente e tutto va così bene.
Erano tempi semplici quelli, in cui i cellulari servivano a ridurre le distanze. Gli anni delle ginocchia sbucciate. Gli anni in cui su Italia 1 seguivamo il Wrestling ogni sabato sera sfoggiando a scuola magliette improbabili raffiguranti John Cena che un quattordicenne di oggi non indosserebbe mai. Gli anni dei primi innamoramenti. Gli anni in cui sognavamo di emulare le gesta di Kakà, Totti, Del Piero. Gli anni in cui Lino Banfi interpretava nonno Libero in “Un medico in famiglia”. Gli anni in cui eravamo incantati dalla meravigliosa Megan Gale negli spot televisivi. Gli anni degli ultimi Festivalbar. Gli anni delle grandi amicizie che resisteranno per sempre. Gli anni dei sabati sera in cui “Supra l’uartu” e la Villetta erano piene zeppe di volti e voci. Gli anni in cui il cornetto Algida costava un euro. Gli anni in cui in radio d’estate tanto per citare qualche canzone, suonavano successi intramontabili come Crazy di Gnarls Barkley, A te di Jovanotti, Umbrella di Rihanna, High di James Blunt, Me voy di Julieta Venegas, Just Feel Better di Santana ed Estate dei Negramaro. Anni che sembravano fissati come da un chiodo e non potessero mai passare. Gli anni in cui eppure esordirono anche i primi social e da allora anche se lo ignoravamo, sarebbe stato il preludio di un irreversibile cambiamento in cui tante cose non sarebbero più state uguali.
Eppure un giorno, qualche tempo dopo, senza che nessuno di loro potesse immaginarlo, quei ragazzi si ritrovarono e giocarono la loro ultima partita. La vita da lì a poco, come semi al vento di questa terra di Calabria che sembra un essere mitologico che fin dalla notte dei tempi è condannata a mettere alla luce figli condannati ad un espatrio tante volte forzato, li avrebbe dispersi per l’Italia a fare i lavori più diversi e disparati. Qualcuno appartenente ad una sparuta minoranza come me, ostinatamente è rimasto nella nostra Acri che giorno per giorno, come stanca del suo passato glorioso, si è lasciata andare ad una vecchiaia mediocre caduta improvvisamente su di essa. Adesso quel campetto di periferia è così vuoto. I ragazzi non vanno quasi più a giocarci.
In questa società individualistica, hanno imparato a viverci anche loro come lo hanno fatto molti di noi adulti: purtroppo preferiscono gli smartphone nelle quattro mura di una stanza all’attività all’aria aperta. Tuttavia per il rovescio della medaglia, mi conforta che a noi generazione anni ‘90, a farci compagnia quegli anni più belli resteranno per sempre lì, incisi nella nostra memoria perché essi sono stati i migliori possibili: sì, sono stati i migliori anni della nostra vita.

PUBBLICATO 05/04/2025 | © Riproduzione Riservata



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