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Alla luce delle imprecisioni contenute nella nota dell'ASP: la mia versione ufficiale dei fatti

Foto © Acri In Rete
Francesco Cofone
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Mi chiamo Francesco Cofone e sono l’autore delle fotografie citate nell’articolo dell’ASP di Cosenza (clicca qui, ndr) riguardante il Presidio ospedaliero “Beato Angelo” di Acri.
A seguito della nota ufficiale diffusa alla stampa, ritengo necessario fornire un chiarimento completo, preciso e inequivocabile, a tutela della verità e del corretto rapporto tra cittadini, stampa e istituzioni sanitarie.
Non mi sono introdotto illegalmente: ero un paziente in visita cardiologica La nota dell’ASP parla di un “accesso con modalità non note”. Questa formulazione, oltre a essere imprecisa, genera un’ombra che non corrisponde alla realtà.
Ero in ospedale per una visita cardiologica presso l’ambulatorio regolarmente operativo e aperto al pubblico.
Non ho forzato porte, non ho scavalcato, non ho violato alcuna area protetta. Sono entrato come qualunque cittadino si reca a un controllo sanitario.
In quell’area sono inoltre presenti servizi attivi per il pubblico, come l’ambulatorio di cardiologia e la guardia medica, pertanto non è corretto descriverla come “chiusa”.
Suggerire o alludere a un ingresso improprio è un’informazione scorretta che danneggia la verità dei fatti.
Nel mio post ho elogiato il personale, non l’ho screditato
Trovo grave che l’articolo sottintenda che le mie foto avrebbero “leso la reputazione di chi opera con serietà”.
Nel mio post pubblico, visibile a tutti, ho scritto parole molto chiare:
- ho definito una dottoressa «fantastica»;
- un’infermiera «splendida»;
- ho parlato di dignità, professionalità e umanità.

Non una frase, non un accenno, non una riga è stata rivolta contro il personale sanitario.
Chi sostiene il contrario non ha letto il mio testo o ne ha voluto estrapolare solo ciò che conviene.
Le foto ritraggono l’ala storica: l’ho scritto, l’ho detto, non ho mai affermato il contrario. Accolgo la spiegazione dell’ASP sul fatto che alcune stanze appartengono alla parte storica, chiusa al pubblico.
Bene: questo lo sapevo e non l’ho mai negato.
Tuttavia, non tutta l’area è inaccessibile. Come detto, in quel piano ci sono servizi attivi come l’ambulatorio di cardiologia e la guardia medica, quindi l’accesso dei cittadini non è impedito.
Le condizioni di alcune stanze non operative esistono ed erano visibili, ma non rappresentano la totalità della zona: documentarle non significa denigrare il presente, ma prendere atto del passato e dell’esistente.
L’ASP sottolinea ciò che è nuovo, ma ignora ciò che resta
Nella nota si elencano le migliorie della nuova area: stanze moderne, percorsi ordinati, dispositivi aggiornati. Ottimo e necessario.
Ma il punto del mio post non era criticare il nuovo.
Era ricordare cosa rappresentava — e cosa è diventata — la parte storica del reparto.
Un luogo dove ha lavorato mia madre per anni, dove sono cresciuto entrando da bambino e dove oggi ho ritrovato silenzio, polvere e macchinari accatastati.
Un sentimento personale non può essere trasformato in una colpa pubblica. L’articolo parla di “allarmismo”, ma l’allarmismo nasce dalle omissioni, non dalle foto.
Il mio post non conteneva falsità, né accuse, né numeri distorti.
Era un racconto, emotivo ma vero.
Se c’è stata preoccupazione tra i cittadini, essa non deriva dall’autore delle foto, ma dalla distanza tra ciò che la comunità percepisce e ciò che l’ASP comunica. Quando i cittadini vedono abbandono storico, non basta dire che “altrove è tutto nuovo”.
Serve trasparenza totale, non parziale.
Il mio post non ha fini politici: è memoria, affetto, appartenenza Sono tornato nel luogo dove lavorava mia madre vent’anni fa.
Non rappresento partiti, gruppi, movimenti o campagne.
Sono un cittadino che ha raccontato un pezzo della propria storia familiare e della storia del paese.
Trasformare questo in un attacco è ingiusto e distorce il senso del mio gesto.
Nessuno può chiedere ai cittadini di tacere ciò che vedono Il mio contributo non vuole screditare, ma ricordare.
Ricordare ciò che siamo stati, ciò che abbiamo perso e ciò che ancora possiamo recuperare.
Il patrimonio pubblico appartiene ai cittadini.
La memoria dei reparti non si cancella con una nota stampa.
Conclusione Le istituzioni hanno il dovere di informare. I cittadini hanno il diritto di testimoniare.
Le mie foto e le mie parole non hanno mai intaccato il lavoro di chi ogni giorno si impegna nell’ospedale; al contrario, l’ho messo in luce e valorizzato.
Ho raccontato un fatto vero, vissuto personalmente, e lo rifarei nello stesso identico modo.
Cordiali saluti

PUBBLICATO 15/11/2025 | © Riproduzione Riservata



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