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Tra flebo attaccate ai muri e supposte istituzionali

Foto © Acri In Rete
Franco Bifano
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Ormai, sempre più spesso, mi chiedo se valga ancora la pena di scrivere sulla sanità in Calabria, se serva ancora a qualcosa. Poi succede l’incredibile, leggo i dati della Fondazione Gimbe e la tastiera del computer è come se si mettesse a scrivere da sola.
Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione, in un’audizione al Senato ha messo nero su bianco ciò che noi calabresi subiamo da anni. Otto regioni non raggiungono la soglia minima dei LEA .
E la Calabria, indovinate un po'? Non solo è tra queste, ma è tra le peggiori.
I LEA sono i livelli essenziali di assistenza che dovrebbero garantire a tutti i cittadini italiani le stesse cure, da Bolzano a Reggio Calabria. Dovrebbero, perché poi la realtà dice che nel 2023 (ultimi dati disponibili) la Calabria si è fermata a 177 punti su 300, ben lontana dalla media nazionale (226) e anni luce dalle Regioni modello come Veneto e Toscana, che volano sopra quota 280.
Questo vuol dire che, mentre altrove si discute di intelligenza artificiale applicata alla medicina, qui attacchiamo le flebo al muro con il cerotto, come è successo al GOM (Grande Ospedale Metropolitano) di Reggio Calabria, e non in uno sperduto ospedale di periferia.
Insomma, mentre i numeri raccontano una sanità fragile nel Sud, la politica nazionale asseconda le aspettative del “vispo” Calderoli nell’ambito del Disegno di Legge delega n.1623 per la determinazione dei LEP (livelli essenziali prestazioni) ed equipara elegantemente i LEA ai LEP. Una grande furbata, ma per capirla semplifichiamo: i LEA rientrano solo nell’ambito sanitario e sono finanziati dal Fondo Nazionale Sanitario, invece i LEP riguardano tutti i diritti sociali (istruzione, sanità e sociale) e richiedono risorse specifiche ancora oggi non del tutto chiare. Un’operazione questa che, secondo Cartabellotta, serve soprattutto ad accelerare l’autonomia differenziata, sogno tanto caro alla Lega (ma va!). Il risultato sarà quello di allargare ancora di più le diseguaglianze territoriali.
In pratica, se oggi sei indietro con i servizi, domani lo sarai ancora di più. Il paradosso è che, mentre una certa classe dirigente racconta la Calabria “meravigliosa” del turismo e del Ponte sullo Stretto, un’altra lavora silenziosamente e tenacemente in sede normativa per accelerare sull’autonomia differenziata. Altro che carota e bastone. Qui dovremmo parlare di carota e supposta, senza anestesia.
Così mentre al GOM di Reggio Calabria si aspettano 36 ore per un ricovero, nonostante una polmonite bilaterale, a Longobucco un uomo di 64 anni muore in auto, trasportato dai parenti verso l’ospedale più vicino, perchè non c’erano ambulanze disponibili.
E’ Già successo a Serafino Congi a San Giovanni in Fiore. Ma ormai non ci stupiamo più di nulla, siamo così rassegnati che l’indignazione, quando c’è, dura meno di un ciclo di antibiotici.
La sanità calabrese ricorda sempre di più la flebo col cerotto della foto in copertina. Resta in piedi grazie al miracolo quotidiano garantito dalla professionalità e dalla tenacia di medici, infermieri e personale sanitario (non tutti, per la verità) che lavorano in condizioni che definire difficili è un eufemismo. Un Paese serio non può affidarsi ai miracoli⁶ ma alla programmazione seria, agli investimenti e alla responsabilità. Non sarebbe neanche male se i cittadini, prima o poi, smettessero di baciare le mani ai propri carnefici.
Del resto, un lungimirante Dante lo aveva capito secoli fa. Per cui parafrasando il sommo poeta oggi si potrebbe dire: “Ahi serva Calabria, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma di bordello!”

PUBBLICATO 17/01/2026 | © Riproduzione Riservata



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