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Quando la narrazione diventa rimozione

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Donato
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C’è un meccanismo, noto a coloro i quali si dilettano nell’affrontare temi strettamente legati all’esistenza, che attribuisce alla narrazione il potere di determinare nuovi inizi, realizzando nuove forme di vita, diversamente dallo storytelling che, invece, si limita a raccontarne un’unica forma: quella improntata sul consumismo!
Incrociando anche casualmente le pubblicazioni di una nutrita schiera di pensatori moderni, impegnati nell’esplorare le dinamiche esistenziali, si può desumere che narrare senza rimuovere contribuisce a sanare quelle ferite che, alla pari delle gioie, appartengono al vissuto di ciascuno di noi e ne costituiscono la parte arricchente e condivisibile per consentirne il trasferimento attraverso la narrazione collettiva.
Al contrario, quando la narrazione si preoccupa di rimuovere ciò che ci provoca angoscia ricostruendo una realtà egocentricamente “aggiustata”, si sconfina in un atteggiamento largamente descritto dalla psicanalisi e facilmente sintetizzabile nella definizione di “dimenticanza motivata”, ovvero mantenere fuori dalla coscienza ciò che si ritiene doloroso e inaccettabile, limitandosi a rimuoverlo per effetto di un meccanismo di difesa inconsciamente o strategicamente innalzato per selezionare il racconto, renderlo più nitido, meno doloroso, più rispondente a imposti canoni pubblicitari piuttosto che aderente alla realtà.
È quello che avviene quotidianamente attraverso i social, personalissime vetrine digitali nelle quali, alla pari di un lussuosissimo negozio del centro città, ci si limita a esporre la merce più bella, nascondendo nelle pieghe della scontistica o dell’outlet ciò che non va più di moda o che presenta una lieve difformità rispetto allo standard qualitativo richiesto dal mercato.
Mercanteggiare con la narrazione esponendola al rischio della contraffazione, sottintende la possibilità che dall’altra parte possa esserci un interlocutore capace di smascherare la finzione narrativa, seppur largamente in minoranza rispetto ai tanti (forse anche troppi!) apparentemente incapaci di articolare un minimo di interlocuzione, se non proprio colpevolmente zavorrati da lacci e lacciuoli socialmente deprecabili.
Lo storytelling diventa particolarmente indigesto, poi, quando si insinua nei molteplici aspetti della vita quotidiana, dove in molti finiscono per non riconoscere più il sottile confine fra realtà e virtuale, sposando erroneamente l’idea che quanto riscosso sui social in termini di consenso, preferenze, condivisioni, possa diventare facilmente spendibile nella vita reale.
In sintesi, l’invito per una narrazione priva di fronzoli diventa senza dubbio quello che dovremmo imparare dalle sconfitte, analizzarle, riconoscere eventuali errori o incomprensioni e riuscire a voltare pagina senza nascondere la polvere sotto il tappeto, evitando di ignorare strascichi emozionali irrisolti e di catapultarci nelle successive contese continuando a raccontare, indicandola, di quanto bella sia la luna che splende in cielo, pur consapevoli che la stragrande maggioranza di chi ci ascolta risulta ancora ampiamente impegnata a fissare il dito!

PUBBLICATO 29/01/2026 | © Riproduzione Riservata



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