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Ecco perchè è fondamentale riaprire il cinema

Foto © Acri In Rete
Natalino Servidio
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Ci sono paesi che resistono al tempo e ce ne sono altri che lentamente si spengono nel silenzio. Acri oggi vive una condizione sospesa, difficile, ferita. Acri un luogo che negli ultimi vent’anni ha visto crescere distanze sociali, fratture culturali, solitudini generazionali. Un paese che continua ad avere anime straordinarie, giovani intelligenti, famiglie che resistono, associazioni che lottano, ma che allo stesso tempo sembra aver smarrito il coraggio collettivo di immaginarsi migliore. Secondo i dati demografici ISTAT, molti comuni dell’entroterra calabrese (Acri non fa eccezione) hanno conosciuto un progressivo spopolamento, un invecchiamento della popolazione, la fuga continua dei giovani verso il Nord o verso l’estero. Dietro i numeri però, esiste qualcosa di più doloroso: la perdita dei luoghi dell’anima. E tra questi luoghi il più simbolico è certamente il cinema. Un cinema non è soltanto uno schermo, non è un edificio abbandonato e non è solo cemento. Il cinema è un rifugio sociale. È il posto dove una comunità si incontra senza chiedersi il ceto sociale, il cognome, l’appartenenza politica. È il luogo dove i figli dei professionisti siedono accanto ai figli degli operai, dove i sogni diventano collettivi, dove un ragazzo può immaginare una vita diversa senza sentirsi sbagliato. Quando chiude un cinema in un piccolo paese, non chiude soltanto un’attività commerciale: si spegne una parte di umanità. Per questo le parole dell’attrice Matilda De Angelis durante i David di Donatello 2026 sembrano parlare direttamente ad Acri: “Un Paese che non difende i propri luoghi, i cinema dove sono cresciuta ce ne erano cinque, adesso uno solo… cinema dove ti puoi rifugiare, quando fuori c'è l'orrore un Paese che non difende i cinema è un Paese che smette di sognare, di sognarsi migliore”. (Sky TG24). E allora la domanda diventa inevitabile. Che fine ha fatto il cinema di Acri? Perché da anni tutto è fermo? Perché il silenzio istituzionale continua ad avvolgere una questione che riguarda soprattutto i giovani e il diritto alla cultura? Troppo spesso in questi anni la città ha imparato a convivere con sentimenti pesanti: l’astio sociale, la frustrazione, l’invidia, la rabbia di chi si sente dimenticato. Nei piccoli centri questo accade quando le opportunità diminuiscono e quando la politica smette di costruire luoghi di incontro. Le differenze sociali diventano voragini. Le disuguaglianze crescono e il rischio più grande è che le persone smettano persino di parlarsi. Il cinema, invece, era uno spazio neutrale,popolare, vivo. Oggi Acri ha bisogno di molto più di una semplice riapertura edilizia. Ha bisogno di una rinascita culturale e sociale. Ha bisogno che le istituzioni dicano chiaramente cosa intendano fare e i cittadini meritano verità, tempi, progetti, trasparenza. Non si può continuare a lasciare il cinema di Acri dentro una menzogna silenziosa fatta di rinvii, promesse indefinite e immobilismo. Perché mentre il tempo passa, una generazione intera cresce senza luoghi. E un giovane senza luoghi diventa un giovane senza appartenenza. Questa non è una polemica politica! È una richiesta civile. Al Sindaco Pino Capalbo e all’amministrazione comunale si chiede un gesto concreto: dire alla città quale sarà il destino del cinema di Acri. Coinvolgere cittadini, associazioni, scuole, operatori culturali. Restituire dignità a uno spazio che può ancora rappresentare futuro. Perché Acri non merita di sopravvivere. Merita di vivere. E quei ragazzi che ancora resistono nel territorio tra mille difficoltà, precarietà e partenze obbligate meritano almeno un presente giusto, oltre che un futuro migliore. Difendere un cinema, oggi, significa difendere la possibilità di restare umani, significa dire che anche in un piccolo paese della Calabria si ha ancora diritto ai sogni. E una comunità che smette di sognare è una comunità che lentamente accetta di morire.

PUBBLICATO 09/05/2026 | © Riproduzione Riservata



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