Rione Picitti: dove gli alberi crescono nelle case
Giuseppe Donato
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Solstizio d’estate. Le previsioni meteorologiche incominciano a pullulare di appellativi epici per indicare le ondate di calore che a breve interesseranno le propagazioni del continente africano intervallate dal bacino del Mediterraneo. La piccola vettura di famiglia occhieggia dal parcheggio condominiale, cercando sponda nel desiderio di evasione dal torrido catino nel quale si trasforma la valle del Crati in prossimità della città di Telesio. Permesso accordato. Si risale la valle del Mucone in cerca di frescura e di una storia da raccontare. Ci si ritrova nel centro storico della cittadina arroccata sulle colline della Presila, patria di Padula e di S. Angelo d’Acri, per cercare tracce di un’esistenza millenaria da un punto di osservazione privilegiato. Il silenzio accompagna i passi cadenzati di chi si ostina a percorrere la strada orfana di animosità quotidiana, accentuata dalle fughe domenicali verso mari e monti. Come salmoni in risalita lungo torrenti ripidi, ci si addentra nel cuore pulsante dell’insediamento urbano originario. I quartieri Padia, Picitti e Castello paiono fronteggiarsi senza esclusione di colpi con i dirimpettai Cappuccini e Logna, tutti apparentemente intenzionati a occupare spazio nella cartella Immagini di potenti smartphone pronti a immortalarne le loro pose migliori. Pari a lucertole sui muri, in cerca di fessure dove trovare rifugio, superiamo la chiesetta di Santa Chiara e ci fermiamo dopo aver imboccato uno dei vicoletti che la toponomastica riconduce a S. Giorgio. Ci accoglie, quasi involontariamente, un muretto che altrove verrebbe indicato sulle mappe più cliccate dai viaggiatori con la caratteristica icona della macchina fotografica, a sottolinearne la collocazione suggestiva. Da questa sorta di terrazza affacciata sulla valle del Mucone, si riescono a individuare in un solo colpo la Basilica di S. Angelo d’Acri, la casa natale di Lucantonio Falcone, Palazzo Sanseverino-Falcone e la sconfinata vegetazione che risale verso Parco Caccia, ineludibile promemoria della maestosa dimora estiva dei Principi di Bisignano. Un cerchio che si stringe, quasi zoomando, intorno alla figura del santo acrese, frequentatore abituale del palazzo ove “si recava spesso per perorare le cause degli ultimi” (cit. https://bibliotecacomunaleacri.it/la-sede-palazzo-sanseverino-falcone/). Resistiamo alla tentazione di scattare una scontatissima fotografia, quasi a voler scaramanticamente salvaguardare l’anima di quello scorcio, come se volessimo scongiurare di rinchiuderlo in un freddo riquadro, limitandoci a conservarne il ricordo e proseguendo verso la non distante chiesetta di S. Giorgio. Lo scenario non si discosta da quanto già intravisto percorrendo l’abitato di via Calatafimi, diramazione del rione Casalicchio situata lungo le pendici del Colle Logna, da cui si può apprezzare la cintura esterna del rione Picitti, rappresentata da via Castelfidardo, facilmente accessibile da Piazza Vittorio Emanuele III (‘u monument). Ad attendere i visitatori, presumibilmente abusivi a giudicare dalle transenne rimosse e adagiate sui muri pericolanti, la caratteristica combinazione incrociata di tubi innocenti intenta a mantenere le distanze fra una struttura fatiscente e una ristrutturata, rappresentazione quasi artistica della resilienza insita anche nelle pietre sapientemente accostate dei muri perimetrali che impediscono allo scheletro strutturale di crollare definitivamente, dopo aver assistito allo sfacelo dei solai interni collassati come pancake. Procediamo, sotto lo sguardo vigile e inospitale di alcuni cani, mostratisi subito dopo quasi accondiscendenti e desiderosi di condurci finalmente alla chiesetta di S. Giorgio, nucleo originario della successiva chiesa di S. Giorgio Martire, collocata sul versante opposto e visibilmente identificabile nell’abitato di Serricella, in un ideale ponte scenografico impegnato ad avvicinare le componenti territoriali della vasta cittadina distrattamente custode del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Paradiso che in questo pomeriggio d’estate ci viene ricordato dalla vegetazione cresciuta nelle scatole vuote, quali sono diventati i ruderi abbandonati al proprio destino, abbracciati uno con l’altro a volersi mantenere in piedi. Proprio come gli alberi che, orgogliosi di mostrare il tronco sviluppatosi al di là dell’uscio, con le chiome fiorite salutano il visitatore affacciandosi dalle graziose finestrelle rimaste aperte, in ricordo del tempo andato e per testimoniare che, non molto lontano dalle nostre latitudini, una vergogna nazionale è riuscita a diventare patrimonio mondiale dell’umanità prima ancora di capitale europea della cultura...Giuseppe Donato
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PUBBLICATO 25/06/2026 | © Riproduzione Riservata

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