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Acri, la speranza oltre il declino: il risveglio delle coscienze contro i giochi di potere

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Ferraro
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I numeri dello spopolamento li leggiamo sulle statistiche ufficiali, ma noi che viviamo ad Acri non abbiamo bisogno di cifre per capire il dramma. Ci basta guardare le serrande abbassate e le valigie che i nostri ragazzi preparano ogni anno. Sapere che la popolazione è crollata sotto la soglia critica dei ventimila abitanti fa male. Solo tra la fine del 2022 e la fine del 2024 abbiamo perso oltre cinquecento concittadini. Gli esperti spiegano che il ritmo con cui la Calabria si svuota equivale alla scomparsa di un intero comune come il nostro ogni due anni; per noi questa non è una formula matematica, è l'emorragia della nostra linfa vitale. Nelle aree interne della pre-Sila la vera tragedia colpisce il futuro. A partire sono quasi sempre i giovani tra i diciannove e i trentaquattro anni, coloro che dovrebbero fare impresa e mettere su famiglia. L’indice di vecchiaia cresce a vista d’occhio: oggi per ogni bambino si contano più di due persone anziane. Questo squilibrio azzera la forza lavoro locale e svuota le nostre scuole, che rischiano continuamente la chiusura delle classi, mentre esplode il bisogno di un'assistenza sanitaria e sociale che il territorio non garantisce più.
Di fronte a questo lento declino, l’attuale amministrazione comunale, alla guida della città da ben nove anni, non ha messo in cantiere alcuna strategia per fermare l'esodo. La difesa della giunta si poggia interamente sul vanto di aver intercettato i fondi del piano nazionale di ripresa per asili nido e rifacimenti urbani. Opere in sé positive, che però aprono un interrogativo spontaneo: a chi serviranno queste strutture se tra qualche anno il paese sarà vuoto? L'emblema di questa gestione è l’assoluta mancanza di visione e di rispetto per l'identità locale. Abbiamo visto vecchi locali ristrutturati con fondi pubblici e inaugurati in pompa magna per ospitare le botteghe degli artigiani. Oggi questi spazi sono stati sì dati in affitto, ma all'interno non c'è traccia di artigianato. È un'idea snaturata che non crea sviluppo né offre prospettive ai giovani.
L'amministrazione dimostra inoltre di avere un concetto di bello che fa letteralmente a cazzotti con la nostra storia. Piazza Matteotti è stata visibilmente abbruttita da una struttura di ferro riciclato – una sorta di Nettuno fuori contesto – posata su una base di pietre a vista davvero inguardabile. La verità è che la quotidianità del paese è lo specchio di una totale assenza di cura ordinaria. Le nostre tre ville comunali e gli spazi pubblici sono diventati aree in cui il verde curato è stato interamente soppiantato dalle erbacce e dall'incuria profonda in cui sono lasciati. Conviviamo con l'emergenza dei cani randagi e, come se non bastasse, intere zone continuano a soffrire di tanto in tanto la mancanza d'acqua.
A questo quadro desolante si aggiunge il colpo più duro ai servizi essenziali: lo stato in cui versa l'Ospedale di Acri. Quello che un tempo era un punto di riferimento d'eccellenza, capace di attrarre pazienti da tutta la provincia e oltre, oggi è diventato il fantasma di sé stesso. La realtà attuale costringe noi cittadini acresi a dover emigrare fuori dal comune, in provincia o altrove, anche solo per una visita specialistica, scontrandoci regolarmente con tempi di attesa biblici. La perdita dei servizi sanitari di prossimità non è solo un disagio, è la negazione del diritto alla salute che spinge le persone a sentirsi abbandonate dalle istituzioni, accelerando la decisione di lasciare il paese.
A fronte di tutto questo, l’unica narrazione che continua a ripetersi nei palazzi della politica è quella di una maggioranza unita e coesa. Una facciata che però oggi crolla definitivamente davanti ai fatti. Già un anno fa c'è stato un altro scossone con le dimissioni dell'assessore Leonardo Sposato e la revoca dell'assessore Anna Cecilia Mele. Una perdita di pezzi costante che oggi culmina con le recenti dimissioni del vicesindaco Maiorano e dell'assessore Bruno, unite alla netta presa di distanza della consigliera Marisa Cofone e, guardando ancora indietro, al passaggio all'opposizione della capogruppo del partito democratico Franca Sposato. Tutto questo dimostra che il potere è nudo. Questi continui dissidi e abbandoni non sono semplici dinamiche di palazzo: sono la prova che ad Acri esistono ancora uomini e donne liberi, capaci di dire di no, di mettere il bene comune davanti alla convenienza della poltrona e di rompere il silenzio di fronte al declino.
Purtroppo, mentre il paese reale soffre, lo spettacolo offerto dal dibattito pubblico in vista delle prossime scadenze è deprimente. Finora l'unico argomento che tiene banco nel centrosinistra, nel centrodestra e nei vari raggruppamenti delle liste civiche è la rincorsa alle candidature a sindaco e il posizionamento delle coalizioni. Si discute solo di nomi e di equilibri di potere. Non viene dedicata una briciola di tempo a ciò che serve davvero: cosa si vuole fare concretamente per far rinascere Acri? Non si vede un'idea, non emerge lo straccio di un programma, né uno spunto che affronti lo spopolamento, il rilancio dell'ospedale o la gestione dei servizi minimi. La politica discute di sé stessa mentre la città scivola via. Noi cittadini non siamo condannati a subire passivamente i giochi di chi vede il nostro comune solo come una scacchiera elettorale. C'è una parte di Acri che vuole reagire e che possiede la dignità per pretendere programmi reali.
La speranza è viva, ma è il momento di pretendere risposte vere e di rimboccarsi le maniche.

PUBBLICATO 26/06/2026 | © Riproduzione Riservata



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