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Il nodo del terzo mandato: un limite da ripensare

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EffeEffe
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Il dibattito sulla possibile abolizione del tetto dei due mandati per i sindaci torna d'attualità, e casi come quello di Acri ne sono un esempio concreto.
Il limite attuale, introdotto per evitare eccessive personalizzazioni del potere locale, finisce spesso per produrre l'effetto opposto: costringe gli elettori a rinunciare a chi conoscono — nel bene e nel male — sostituendolo con figure che devono partire da zero, spesso senza reale discontinuità nei metodi o nei risultati.
Eliminare questo automatismo restituirebbe la decisione a chi dovrebbe averla sempre: i cittadini. Se un'amministrazione ha lasciato a desiderare, sarà il voto — non una norma di legge — a sanzionarla.
E proprio per questo chi ha governato, con luci e ombre, dovrebbe avere il diritto (e forse il dovere) di ripresentarsi e "metterci la faccia", sottoponendo il proprio operato al giudizio diretto degli elettori invece di sottrarsi al confronto per vincolo normativo. Naturalmente non mancano le obiezioni: chi difende il limite dei due mandati teme il consolidarsi di rendite di posizione, reti clientelari difficili da scalfire nei piccoli centri, e un ricambio della classe dirigente locale che verrebbe compresso.
Sono argomenti legittimi, che il dibattito parlamentare dovrà pesare contro il principio della libera scelta democratica.
Valutare un'amministrazione a fine mandato non significa farsi guidare da promesse e narrazioni suggestive, ma porsi due domande concrete: i servizi pubblici sono davvero migliorati? E a quale costo, in termini di tributi locali, questo è avvenuto? Un'amministrazione che alza le tasse senza offrire nulla in cambio ha fallito, qualunque sia il consenso ottenuto. Al contrario, chi migliora i servizi senza gravare sui cittadini merita un giudizio positivo, anche se meno abile nella comunicazione.
Il rischio più insidioso è che il potere diventi fine a se stesso: la ricerca del consenso slegata dal reale miglioramento della vita dei cittadini. Un elettorato consapevole distingue tra amministrare bene ed essere rieletti, chiedendo conto non delle parole ma dei fatti, bilanci, tariffe, qualità dei servizi. Solo così il voto torna a essere un giudizio informato, non la ratifica di un'immagine costruita ad arte.

PUBBLICATO 02/09/2026 | © Riproduzione Riservata



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