Due mesi per un prelievo: la grande illusione della sanità calabrese e il prezzo pagato dalle aree interne
Cgil
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C’è una Calabria patinata, allestita a uso e consumo di conferenze stampa, post celebrativi e passerelle con il nastro tricolore. È la narrazione in cui la gestione commissariale regionale rivendica bilanci risanati, digitalizzazioni prodigiose e l’imminente miracolo della medicina territoriale targata PNRR. E poi c’è la Calabria reale, quella che ogni mattina si scontra con il silenzio e la frustrazione davanti agli sportelli del CUP. Ad Acri la realtà ha il sapore amaro di una ricevuta di prenotazione: sessanta giorni di attesa per un banalissimo prelievo ematico di routine. Prenotando a settembre, il primo appuntamento utile slitta a metà novembre. Due mesi interi per infilare un ago in una vena e dosare una glicemia o un emocromo. Non siamo di fronte a una complessa risonanza ad alto campo o a una biopsia specialistica, ma all'alfabeto primario della prevenzione. Quando persino una provetta di sangue richiede il cambio di una stagione, il Servizio Sanitario Nazionale abdica al proprio ruolo costituzionale e si trasforma in una lotteria riservata a chi può permettersi di aspettare. Per tamponare l'emorragia delle liste d'attesa e il vuoto pneumatico degli organici, la ricetta politica regionale continua a inseguire scorciatoie tampone, tra le più costose e meno lungimiranti possibili. Da un lato c'è la pioggia di milioni riversata sulle prestazioni aggiuntive, con tariffe orarie maggiorate per spingere medici e infermieri già stremati da turni massacranti a lavorare di sera o nel fine settimana, spremendo un capitale umano già al limite del logoramento psicofisico. Dall'altro, l'ennesimo paradosso normativo e amministrativo: il ricorso sistematico agli incarichi conferiti ai medici già andati in pensione. Richiamare in corsia e negli ambulatori i camici bianchi in quiescenza, persino con apposite leggi e graduatorie per tappare i buchi della continuità assistenziale, della medicina d'urgenza e della specialistica, è l'ammissione più lampante del fallimento di qualsiasi programmazione. Si raschia il fondo del barile richiamando chi ha già completato la propria carriera lavorativa pur di non affrontare il nodo cruciale: bandire concorsi davvero attrattivi, garantire condizioni di lavoro sicure e assumere a tempo indeterminato una nuova generazione di professionisti sanitari. La conseguenza immediata di questa gestione a vista è una diagnostica sempre più dilazionata nel tempo e, soprattutto, lontana dal territorio. Ad Acri la sanità territoriale per le visite specialistiche è ormai un ricordo sbiadito, cancellata da anni di tagli, pensionamenti mai rimpiazzati e ambulatori progressivamente chiusi. Oggi per consultare un cardiologo, un diabetologo, un neurologo o un oculista, i cittadini acresi non solo devono fare i conti con liste d'attesa che schizzano a otto, dieci o dodici mesi, ma sono costretti a una vera e propria via crucis su gomma. Per una visita specialistica bisogna percorrere decine e decine di chilometri lungo arterie montane tortuose e spesso dissestate, affrontando viaggi estenuanti verso gli ambulatori di Castrovillari, Corigliano-Rossano, Paola o Cosenza, ammesso che le agende non siano del tutto bloccate. Per gli anziani, per chi non guida o per le famiglie che non possono permettersi di perdere un'intera giornata di lavoro per un controllo di venti minuti, curarsi diventa un calvario logistico prima ancora che economico. A questo punto il sistema si spezza in due tronconi sociali ben precisi: chi ha risorse mette mano al portafoglio e si rivolge all'intramoenia o alle cliniche private sottocasa; chi non arriva a fine mese rinuncia del tutto a curarsi, sperando che un valore sballato o un sintomo trascurato non si trasformino in una condanna. Questa spirale assume contorni drammatici nella provincia di Cosenza, un territorio vastissimo fatto di centocinquanta comuni e collegamenti montani complessi. L'ospedale hub dell'Annunziata opera in perenne affanno, con un pronto soccorso trasformato in un imbuto ingestibile perché la sanità territoriale a monte non filtra nulla. Gli spoke periferici combattono quotidianamente con reparti sguarniti, mentre i presidi delle zone disagiate, come il "Beato Angelo" di Acri, subiscono da anni uno svuotamento silenzioso e inesorabile. Nonostante serva un bacino montano di circa sessantamila persone, l'ospedale di Acri è stato progressivamente depotenziato anziché rafforzato, costringendo perfino all'assegnazione emergenziale dei medici cubani per tenere aperti i turni minimi di guardia: una misura utile nell'immediato, ma che insieme al richiamo dei pensionati certifica l'incapacità strutturale del sistema ordinario di reggersi sulle proprie gambe. Sullo sfondo di questo deserto rischia di consumarsi anche il grande equivoco delle Case di Comunità promesse con i fondi europei. Riqualificare stabili, rifare gli intonaci e cablare le stanze per rispettare le scadenze del PNRR non garantisce affatto una sanità migliore se dentro quegli edifici non ci saranno i medici, gli specialisti e gli infermieri necessari a farli funzionare. Ad Acri questo paradosso si è già palesato nella sua forma più grottesca: una parte dell'ospedale è stata adibita a Casa di Comunità senza aggiungere una sola unità di forza lavoro dall'esterno, limitandosi a un mero gioco delle tre carte con il semplice spostamento del personale già presente e in servizio nel presidio. Senza un potenziamento effettivo né una pianta organica stabile e dedicata, il rischio concreto, almeno al momento, è quello di inaugurare decine di scatole vuote, cattedrali nel deserto utilissime per i tagli del nastro a uso elettorale ma del tutto inutili per un malato cronico che cerca assistenza sul proprio territorio. A chiudere il cerchio c'è poi il conto salatissimo della mobilità passiva, con oltre trecento milioni di euro che ogni anno la Calabria versa alle regioni del Nord per rimborsare le cure dei cittadini costretti a fare le valigie per farsi operare. Proprio per rompere il muro di fumo della propaganda e dare voce all'esasperazione dei cittadini, nelle prossime settimane la CGIL con più impegno e determinazione riprenderà la lotta, annunciando una serie di assemblee e iniziative pubbliche di mobilitazione capillare in tutta la provincia di Cosenza. Una vertenza aperta che intende coinvolgere direttamente la popolazione e le comunità locali per mettere a nudo lo stato reale della sanità pubblica, portando alla luce i numeri veri delle liste d'attesa, la scomparsa della specialistica territoriale e il progressivo abbandono degli ospedali di prossimità. L'obiettivo è chiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, sottraendo il dibattito alle passerelle e riportandolo sui bisogni concreti della gente comune. Perché la vera misura della sanità non si calcola sui post diffusi sui social, ma sul tempo e sui chilometri che un cittadino di Acri deve spendere per un prelievo del sangue o una visita: finché per i diritti fondamentali serviranno due mesi d'attesa e un viaggio della speranza, parlare di rinascita continuerà a essere soltanto una favola che offende la dignità di un'intera comunità. Alessandro Iuliano, Segretario Generale FP CGIL Cosenza, Giuseppe Ferraro, Responsabile Camera del Lavoro di Acri
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PUBBLICATO 20/09/2026 | © Riproduzione Riservata

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