Italia super potenza culturale. Ma solo a parole
Piergiorgio Garofalo
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I numeri e la storia sono evidenti. L’Italia da Nord a Sud della penisola è la patria della cultura, dell’arte, della bellezza. Siamo il Paese con il maggior numero di beni culturali sotto tutela dell’Unesco ma, e qui arriva il rovescio della medaglia, allo stesso tempo il paese che meno di tutti investe negli stessi.
A condannarci alla dura realtà sono i noti dati dell’Eurostat che, in base ad una statistica sugli investimenti in cultura nei paesi Europei, acclara che l’Italia risulta ultima in Europa spendendo solo 1,1 % del Pil a fronte di una media europea praticamente del doppio. Il rapporto dell’istituto di statistica europeo non migliora se si prendono in considerazione gli investimenti nella scuola e nell’istruzione, per i quali l’Italia è penultima davanti alla sola Grecia, dato drammatico che non sembra per nulla giovarsi dei tanto decantati effetti della riforma della “Buona Scuola”. Un paradosso amaro e difficilmente sopportabile specie quando da ormai troppo tempo siamo abituati a discutere degli sprechi e delle ruberie perpetrate dalle classi dirigenti italiane, afflitte dal male atavico della corruzione che, ogni anno, causa il mancato gettito di un punto di PIL nelle casse dello Stato. Ultimamente però, attraverso uno storytelling sempre meno rappresentativo della realtà (definito non a caso “populismo di governo” da parte di Marco Revelli nel suo ultimo libro “Dentro e Contro”), il governo e il premier, più volte hanno annunciato grandi cambiamenti nella gestione della cultura, grandi finanziamenti, grandi innovazioni. Peccato però che le parole dovrebbero essere accompagnate dai fatti e molto spesso (specie in politica) le due categorie sono molto distanti tra loro. Come è facile immaginare nulla di tutto ciò si è verificato. In compenso, forse per sopperire ai palesi deficit in materia, va sempre accentuandosi negli ambienti governativi, la pratica demagogica di assumere come propri meriti quelli che invece non lo sono affatto; Dalla riapertura di 9 domus a Pompei, fatta passare per opera del governo quando invece è frutto del “Grande Progetto Pompei” avviato molto tempo prima dell’insediamento dell’esecutivo renziano, fino all’appropriazione dei dati in crescita degli ingressi nei musei pubblici, nonostante da parte del governo nulla sia stato fatto dal punto di vista dell’organizzazione museale, la quale, ad oggi, rimane inadeguata all’ imponente quantità di tesori che ospita, dato che in base a recenti inchieste è emerso che gli incassi globali dei musei pubblici italiani costituiscono pressappoco il 25% di quelli del solo Louvre. La decantata riforma del settore da parte del ministro Franceschini, a ben vedere, risulta poco incisiva giacché assai avara di risorse, e dunque non si capisce come e quando questi grandi interventi nel comparto culturale potranno verificarsi. Piuttosto bene invece si capisce come gravissime siano le responsabilità della politica nell’ultimo caso di scarsa cura verso il patrimonio culturale. Stavolta la vittima è di lusso, si stratta del Colosseo, del quale tempo fa ne fu affidato il restauro non ad una società specializzata in restauro di monumenti, materia che l’Italia ha diffuso nel mondo, ma bensì ad una generica società edile che in seguito al disvelamento delle prime parti “restaurate” del monumento ha messo in luce l’inadeguatezza con la quale ha operato causando macchie, livelli disomogenei di pulitura e la quasi scomparsa della patina d’invecchiamento e del palinsesto. Per quanto riguarda la Calabria invece, non una volta il premier o i suoi ministri nelle loro visite ufficiali, hanno inteso divulgare le loro idee a riguardo dell’imponente retaggio culturale che la Calabria conserva, non una parola su siti archeologici eccezionali quali Sibari, Trebisacce, Capo Colonna, Scolacium, Monasterace. Nulla. Stando così le cose, è necessario pretendere a gran voce che la questione culturale torni ad occupare un ruolo centrale sia nell’agenda politica che, soprattutto, nelle strategie con cui si intenderà affrontare la sempre più grave questione meridionale, considerando che un recente rapporto di Unioncamere certifica che ogni euro investito nel comparto culturale ne produce 1,7. La cultura è memoria, e un popolo senza memoria non può ambire ad un futuro virtuoso. Una politica accorta che lavora per il paese dovrebbe saperlo bene, ma dovremmo saperlo bene anche noi cittadini ed elettori, troppo spesso sedotti nel panorama politico da giullari imbonitori e venditori di slogan. |
PUBBLICATO 04/04/2016 | © Riproduzione Riservata

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