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72 ore d'inferno sulla barella: calabresi, fino a quando resterete a guardare?

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Ferraro
Non servono manifesti elettorali, slide patinate o gli annunci trionfalistici con cui la presidenza della Regione Calabria prova quotidianamente a riscrivere la realtà. Basta un autoscatto rubato alla dignità ferita di una corsia: un cittadino costretto a trascorrere tre giorni interi su una barella di Pronto Soccorso, sospeso in un limbo disumano tra un ricovero impossibile e una dimissione negata, sottoposto a terapia in mezzo a un corridoio.
Quella fotografia non è un incidente di percorso né una sfortunata eccezione, ma la sintesi perfetta del collasso sistemico di una regione in cui il diritto fondamentale alla salute, sancito dall'articolo 32 della Costituzione, è stato declassato a mera concessione o a pura lotteria del caso.
Di fronte a questo sfacelo quotidiano, la narrazione istituzionale appare per quello che è: un'operazione di maquillage politico volta a nascondere le macerie. Si continua a sbandierare una presunta rinascita del comparto sanitario, si promettono rivoluzioni a colpi di comunicati stampa e si ostentano soluzioni di facciata che non incidono minimamente sulle condizioni reali di ospedali e territori. I Pronto Soccorso si sono trasformati in reparti di degenza improvvisati a causa del drammatico fenomeno del blocco dei posti letto, mentre medici e infermieri, lasciati soli da carenze organiche croniche e turni massacranti, operano ormai in trincea.
Alle spalle di questi ospedali allo stremo vi è il vuoto pneumatico della medicina territoriale: la completa assenza di presidi intermedi, di case di comunità realmente funzionanti e di una rete capillare di assistenza domiciliare costringe le persone a riversarsi in ospedale anche per bisogni primari, intasando un sistema già agonizzante e spingendo chiunque ne abbia la possibilità economica verso la fuga e i viaggi della speranza oltre i confini regionali.
Tuttavia, la responsabilità di questo disastro non ricade unicamente su una classe politica cinica, concentrata a blindare il consenso attraverso la propaganda e a tagliare risorse. Esiste un'altra colpa, altrettanto grave, che investe direttamente la cittadinanza: una rassegnazione colpevole, un'assuefazione al degrado che porta le persone a lasciarsi scorrere sulla pelle lo smantellamento progressivo del bene comune più prezioso.
Per anni la CGIL e le organizzazioni sindacali hanno denunciato questo declino punto per punto, portando dati, proposte e allarmi davanti a piazze puntualmente diserte o a platee distratte. Si è consolidata l'illusione pericolosa che la sanità pubblica sia una questione burocratica o una battaglia di parte, salvo poi risvegliarsi bruscamente nel momento in cui la malattia colpisce noi stessi o un nostro caro.
Non è più tollerabile che l'indignazione esploda solo quando si tocca con mano l'abisso di una barella e che si esaurisca nello spazio effimero di un post sui social network. La politica continua a calpestare la dignità dei calabresi proprio perché sa di poter contare sulla loro inerzia, sulla frammentazione della protesta e sulla delega passiva. Se la sanità ospedaliera è al collasso e quella territoriale è un fantasma, è anche perché la comunità ha rinunciato a pretendere con forza e continuità ciò che le spetta di diritto. Quel selfie dal Pronto Soccorso deve smettere di essere un grido isolato di disperazione e diventare una sveglia per la coscienza collettiva: l'unica strada per non ritrovarsi, domani, dimenticati in quello stesso corridoio è trasformare la rabbia individuale in mobilitazione civile e lotta comune contro l'arroganza di chi governa e l'indifferenza di chi subisce.

PUBBLICATO 10/09/2026





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