OPINIONE Letto 90

''Rendere visibile'' In risonanza con l'opera di Giacinto Ferraro


Foto © Acri In Rete



Vorrei partire da un testo di enorme complessità e ampiezza dello stesso Giacinto Ferraro del 2008 dal titolo La metafora difforme: “la pittura, la mia pittura, si è costituita inconsciamente, in un arco di tempo molto lungo. Si è costruita nell’inconscio, cioè nel luogo della mediazione delle differenze, con forme di attività che sono mie e di altri.” Si tratta di una confessione che ci consente di porci in una relazione insieme immanente e trascendente con un’opera che racconta eventi, storie, progetti ma che è altrove in un universale che avvertiamo presente e insieme remoto.
Emerge in questo percorso di immersione una sorta di meta-struttura che abita nell’inconscio dell’artista a cui, attraverso le sue opere, possiamo accedere e anche partecipare.L’arte di Giacinto Ferraro si presenta come un mondo astratto, anche quando mostra figure molto umane, è una forma di accesso, per citare ancora l’artista dallo stesso testo del 2008: “a una conoscenza differente da quella scientifica, dalla conoscenza della natura, dalla conoscenza morale della ragione e da ogni ragione concettuale, e nondimeno essa è una forma di conoscenza, con un suo statuto ontologico”.
Il percorso della mostra “Rendere visibile” ci porta dentro forme che ci astraggono e che insieme ci mettono in un tempo storico capace di uscire da sé stesso. Senza svelare troppo, perché la mostra merita di essere visitata, faccio di seguito qualche riflessione sulle diverse sessioni dell’allestimento.
La sezione sui ritratti di artisti, da dove si parte (perché il tragitto della mostra è come un cerchio che si attraversa nella splendida Sala delle Colonne di Palazzo Sanseverino, ad Acri) ci mette in contatto con qualcosa di enorme: l’autoscienza. Questo primo tratto del percorso mette al centro il soggetto, una autocoscienza non narcisistica, un moto dove l’artista (gli artisti) ritrae sé stesso per attraversarsi, superarsi e avvicinarsi a un se più profondo.  L’artista è allo specchio, attraversa sé stesso come suo simile, in un processo che è insieme identificazione e alterizzazione. Al centro è qui l’autoritratto come forma di visione di sé, una forma pittorica che inizia nel Rinascimento, quando appunto lo specchio diventa una nuova presenza quotidiana. L’artista Ferraro ri-ritrae gli autoritratti di altri artisti e così percorre un auto-riconoscimento in stretta relazione alle autocoscienze degli artisti autoritratti in una circolarità che non si interrompe. È un gioco di specchi che da sé stesso porta all’altro e poi di nuovo a sé, in una visione amplificata e più profonda, un percorso di trasfigurazione e di traduzione di un soggetto che si moltiplica per visitare una più ampia visione di sé stesso. Emergono tanti volti, tra questi, come ferite, fessure, spiragli le molte figure di Antonin Artaud, i suoi tanti volti, una variabilità che ci porta accanto alla spaventosa e indicibile varietà che ognuno di noi ha dentro e che il potente drammaturgo, attore, saggista e regista teatrale francese ha attraversato, non interpretato ma agito, vissuto. I diversi volti e colori con cui l’artista Ferraro lo ritrae ci disorienta, è lui, è sempre lui, sempre diverso.
Nel percorrere il cerchio ideale della visione ci avviciniamo alla rappresentazione dello stigma sotto la forma carnale dei personaggi di Cesare Lombroso. Volti asimmetrici, occhi piccoli e infossati, nasi e bocca larghi, crani deformi, una carrellata di figure umane, delinquenti atavici, nati delinquenti, delinquenti pazzi. Stereotipi e pregiudizi, prassi pseudoscientifiche utilizzate per giustificare la discriminazione e la repressione di gruppi marginali, uomini devianti “per natura” che nell’opera di Giacinto Ferraro divengono modelli poetici meritevoli di centralità e di compassione. Opere ombrose a cui l’artista Ferraro inietta nuova luce.
La sezione che ritrai i manicomi ci mette, ancora più decisamente, in contatto con l’ombra. I corpi docili, addomesticati dal potere dell’esclusione e della colpa. La morte dell’io che sprofonda nella perdita dell’autocoscienza e che si allontana dal mondo. Un dolore nella rappresentazione artistica si fa compassione. La follia ci mette in guardia dalla ragione e ci fa contattare la malattia del corpo e della mente.La follia che non è solo una sfida alla ragione ma è anche sofferenza, dolore atroce e lancinante: il corpo è diviso, è scisso in quelli esseri umani anonimi, esistenze mancate o distrutte, disperse e senza storia, umiliati, derisi, incompresi, la cui condizione esistenziale è sottoposta a continua violenza e dolore.Si attraversa in questa sezione il perturbante freudiano, quando qualcosa che avrebbe dovuto rimanere nascosto alla vista invece affiora e si mostra: la follia esce dalla rimozione, deve uscire dalla rimozione. La follia, quello sconosciuto rimosso, tenuta lontano, ci penetra e viene a convivere con noi,  “viene ad abitare in mezzo a noi”, siamo noi. L’autocoscienza di noi stessi, infatti, non può rimuovere l’ombra. E qui i colori dei quadri fanno della follia una possibilità, un attraversamento che si rende necessario. Quelle figure si sono allontanate dalla ragione e vivono nella perdita. Noi viviamo nella perdita, possiamo attraversarla, perderci e forse ritrovarci, dobbiamo almeno provarci.
Continuando nel cerchio della visione della mostra, un’uscita dalla follia è l’eros, il femminile, il tratto leggero e intenso di corpi di donne sottratte a un immaginario solo maschile, da copertina o da rivista per soli adulti. Nella sezione dei nudi l’erotismo femminino, i colori appena accettati e in alcuni tratti più densi, diventa una forza politica, liberatoria e creativa. Il corpo femminile porta disordine, volti e corpi che guardano chi guarda. Solo se ti spogli anche tu che guardi, dal tuo perbenismo e dal pregiudizio, entri in contatto con la bellezza che si esprime sincera in quelle nudità esplicite e insieme nascoste.
La sezione successiva, quella dei quadri sulla metropoli, ci mette in contatto con il passaggio dall’ordine alla libertà. Le città diventano enormi spazi extracorporei. Quel corpo che pochi passi addietro soffiava al desiderio si trasforma in enormi apparati e infrastrutture visive che però si tramutano man mano in altre forme. Pur mantenendo come trama e immagine di fondo quella della progettazione architettonica della metropoli i piani ordinati iniziano a trasfigurarsi, a presentare delle lesioni, dei punti di rottura, di crisi e di ampliamento dell’immagine che va verso l’esterno dell’architettura ed entra in un territorio più ampio, esteso, privo di confini. Una forma di liberazione dall’abisso del costruito. Assistiamo a una fuga dall’architettura come disciplina tecnica moderna di modellamento e organizzazione dello spazio e insieme all’artista attraversiamo una rottura epistemologica della forma angosciante del costruito metropolitano. Si liberano le forme architettoniche per attraversare e salutare l’angoscia della metropoli verso le proiezioni di forme immaginifiche, vele, ali, verticalità, che salvano dalla perdita di senso della moderna metropoli senza centro. L’architettura è superata dalla pittura, dall’espressionismo, dal cubismo, all’astrattismo e le forme libere si allontanano dalle forme costruite e l’ordine si disintegra non verso il disordine ma verso tutte le molteplicità possibili, non la rappresentazione di qualcosa ma la visualizzazione di mondi altri fatti di colore e materia vivente. 
Attraversa tutti i lavori una ampia e consapevole strategia culturale di lavoro sul colore, inteso come fonte epistemica e sorgente della pittura. Un percorso di maturazione, una sperimentazione intellettuale, creativa e percettiva, un lavoro costante di analisi e di osservazione che ha accompagnato Giacinto Ferraro da sempre. Un percorso attorno al colore condotto in un campo interdisciplinare ampio, a partire dalla filosofia, classica e contemporanea dai presocratici fino a Derrida, alleati e compagni di vita per immaginare il colore come ‘forma’ del pensiero, come modo di procedere, come metodo e come modo per giocare con la pittura.
Si passa così, infine, dalle forme architettoniche decomposte e moltiplicate alle forme microscopiche del vivente, dalle strutture materiali umane alle quelle fluide e microscopiche del vivente non umano, dai frattali al bosone di Higgs.
Tutto il tragitto di questa opera pittorica plurale presenta un lungo lavoro teorico di ricerca e di pratica passando da forme più strutturate e visuali (umane e non) a forme man mano più diluite ed estese del mondo “non euclideo”, come afferma lo stesso autore.  Un lavoro che ha consentito a Giacinto Ferraro di attraversare una enorme pluralità di significati per restare in costante connessione con il tema dell’Universale. Si arriva così alle forme frammentate, irregolari e discontinue che si muovono, attraverso il colore in maniera libera ma allo stesso tempo razionale e vivo. Negli ultimi lavori ci allontaniamo quindi dalle forme e dalle linee per andare verso i punti, i flussi e i movimenti del colore che si presentano come una molteplicità non lineare fatta di millepiani, per citare un’opera importante della filosofia contemporanea. Una dinamica visibile, mutevole, priva di centro, che mette in questione la logica e la forma della struttura lineare, di ciò che ha inizio, sviluppo e fine.  
Questa molteplicità di “spazi di colore” - dai ritratti, alle scene dei manicomi, ai nudi femminili, alle strutture architettoniche e poi alla liberazione verso una fluidità senza forma - si muove in un apparente caos che in effetti vaga verso forme di concatenazioni generatrici che non si ripetono con le stesse modalità ma sono tutte parte della stesso movimento di universalità per arrivare al colore senza dimensione, al solo movimento del colore, che produce forme di molteplicità dinamiche,  flessibili e vive e con variazioni continue.
L’insieme delle relazioni che prendono forma nei quadri si muovono in uno spazio che diventa man mano meno intelligibile, più intuitivo e si passa dalla linea delle figure a spazialità diffuse, distribuite, relazionali che non cercano più l’ordine del già noto. Lo spazio da esterno di fa interno, dal tratteggio dei ritratti degli artisti a forme sconosciute, interiori, interne dove i corpi si fanno materia disintegrata. Si sviluppa un atteggiamento dell’artista che va a privilegiare l’infinitamente piccolo della fisica dei frattali, quel mondo microscopico e plurale dove cessano di significare i concetti empirici della misurazione spaziale. È l’avvento di una fisica teorica in cui la materia prende altre forme e colori, le forme scompaiono per entrare in uno degli altri millepiani del possibile dove tutto muta continuamente.
L’infinitamente piccolo si espande come universo esterno e come universale interiore.
La mostra è ancora visibile fino alla fine di febbraio nella Sala delle Colonne di Palazzo Sanseverino-Falcone a Acri. Il Catalogo della mostra è stato edito da Rubettino. L’iniziativa della mostra e la produzione del catalogo sono state sostenute dall’Assessorato alla cultura del Comune di Acri con anche il supporto della BCC.

PUBBLICATO 03/02/2026  |  © Riproduzione Riservata




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