Sono contrario al terzo mandato per i sindaci. Non per una sfiducia nei confronti di chi amministra, né perché ritenga che l’esperienza accumulata in anni di governo sia un elemento negativo. Al contrario, l’esperienza è certamente un valore. Ma in una democrazia sana anche i limiti al potere sono un valore, perché servono a garantire equilibrio, alternanza e reale contendibilità delle istituzioni.
Il tema, dunque, non dovrebbe essere quello di stabilire se un sindaco sia bravo o meno. Dovremmo chiederci se sia opportuno consentire a una stessa persona di esercitare per un periodo molto lungo un potere amministrativo e politico che, inevitabilmente, produce relazioni, consenso, aspettative e una rete di rapporti con il territorio.
Il principio del limite ai mandati nasce proprio da questa esigenza: evitare che il consenso popolare possa trasformarsi, nel tempo, in una forma di consolidamento del potere.
Il voto è libero, ma non avviene nel vuoto
C’è chi sostiene che non ci sia nulla di democratico nel limitare la possibilità di un sindaco di ricandidarsi: se i cittadini lo vogliono, devono essere liberi di votarlo.
È un ragionamento apparentemente inattaccabile, ma presenta una debolezza fondamentale: il voto è certamente libero, ma non avviene in condizioni completamente neutrali.
Un sindaco uscente, soprattutto dopo molti anni di amministrazione, dispone inevitabilmente di una conoscenza del territorio, di una visibilità pubblica e di una rete di relazioni che un eventuale candidato alternativo non può avere.
Inoltre, la gestione ordinaria della pubblica amministrazione produce continuamente consenso politico.
Ogni strada asfaltata, ogni illuminazione installata, ogni intervento sul territorio, ogni contributo, ogni opera pubblica, ogni inaugurazione, ogni risposta a una richiesta dei cittadini può diventare, anche involontariamente, parte del patrimonio elettorale di chi governa.Non significa affermare che un’amministrazione debba smettere di amministrare durante il periodo che precede le elezioni. Significa riconoscere una realtà fisiologica della politica: chi governa dispone di una visibilità e di una capacità di incidere sulla vita quotidiana dei cittadini che chi è all’opposizione non possiede.
Per questo il consenso ottenuto dopo due mandati non può essere considerato semplicemente identico a quello ottenuto da un candidato che si presenta per la prima volta.
Il problema non è il consenso: è la concentrazione del potere
Il punto centrale non è mettere in discussione il voto popolare.
Il voto popolare deve essere rispettato sempre.
Ma proprio perché il voto è importante, bisogna creare le condizioni affinché possa esprimersi in un sistema nel quale nessuno abbia un vantaggio strutturale derivante dalla permanenza prolungata al potere.
La democrazia non consiste soltanto nella possibilità di votare. Consiste anche nella possibilità concreta di scegliere tra alternative credibili.
Se per molti anni una stessa amministrazione occupa la scena politica locale, il rischio è che l’alternanza diventi sempre più difficile. Non necessariamente perché gli amministratori siano scorretti, ma perché il potere tende naturalmente a costruire consenso, relazioni e riconoscibilità.
Ed è proprio per questo che i limiti di mandato non dovrebbero essere considerati una punizione nei confronti di chi ha amministrato bene.
Sono, piuttosto, una tutela nei confronti della democrazia.
Anche il bravo amministratore deve saper lasciare spazio
Un altro argomento frequentemente utilizzato a favore del terzo mandato è quello della continuità amministrativa: se un sindaco ha lavorato bene, perché impedirgli di continuare?
È una domanda legittima.
Ma una democrazia matura dovrebbe poter rispondere che nessuna persona è indispensabile alle istituzioni.
Un buon sindaco dovrebbe avere la capacità di costruire una classe dirigente, formare nuovi amministratori e lasciare un patrimonio politico e amministrativo che possa essere raccolto da altri.
La vera prova della qualità di una leadership, forse, non è riuscire a governare indefinitamente, ma riuscire a costruire le condizioni affinché ciò che di buono è stato fatto possa continuare anche senza la propria presenza.
Altrimenti il rischio è che l’amministrazione si identifichi progressivamente con il suo sindaco e che il progetto politico venga confuso con la persona.
Il ricambio non è necessariamente discontinuità
Limitare i mandati non significa necessariamente cancellare l’esperienza.
Un amministratore che ha governato per dieci anni non scompare dalla vita politica il giorno in cui termina il suo incarico. Può continuare a contribuire al dibattito pubblico, sostenere nuove generazioni di amministratori, mettere a disposizione competenze e conoscenze.
Quello che deve cambiare è il rapporto con il potere esecutivo.
La politica ha bisogno di memoria, ma anche di ricambio.
Ha bisogno di esperienza, ma anche di nuove energie.
Ha bisogno di continuità amministrativa, ma anche della possibilità di correggere gli errori e di sperimentare strade diverse.
La democrazia non deve avere paura dell’alternanza
La vera questione, quindi, non è se un sindaco meriti o meno un terzo mandato.
La questione è molto più generale: vogliamo una politica fondata sulla forza della persona o una politica fondata sulla forza delle istituzioni?
Io preferisco la seconda.
Perché una democrazia veramente forte non è quella nella quale un amministratore può essere rieletto all’infinito perché ha costruito un consenso enorme. È quella nella quale anche un amministratore molto popolare accetta che, dopo un certo periodo, debba lasciare spazio ad altri.
Il consenso è fondamentale, ma non può essere l’unico criterio attraverso il quale misurare la qualità di una democrazia.
Perché il consenso è mutevole, mentre le istituzioni devono essere costruite per durare.
Sono contrario al terzo mandato proprio perché credo nel voto dei cittadini.
E proprio perché credo nel loro voto, credo che debbano poter scegliere liberamente, periodicamente e concretamente tra persone, idee e progetti diversi.
Non basta poter votare.
Bisogna anche garantire che, nel tempo, il potere possa cambiare davvero di mano.