OPINIONE Letto 97

La stabilità non può diventare immobilismo


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Per troppo tempo abbiamo confuso la stabilità istituzionale, la durata dell’esecutivo e la capacità effettiva di governare. Sono tre concetti diversi, che possono coincidere, ma non necessariamente.
La stabilità istituzionale riguarda la continuità delle regole, delle procedure e delle istituzioni democratiche. La durata dell’esecutivo indica invece quanto a lungo resta in carica un determinato governo. La governabilità, infine, si misura dalla capacità concreta di affrontare i problemi, assumere decisioni, attuare un programma e correggere la propria rotta quando necessario.
Un esecutivo che resta in carica a lungo non è necessariamente efficace. Allo stesso modo, un governo che dura poco non è automaticamente incapace di decidere. La vera misura della governabilità non è il calendario, ma la capacità di produrre risultati.
La Prima Repubblica ci ha consegnato governi spesso brevi, maggioranze variabili e frequenti crisi politiche. Era dunque instabile sul piano della durata degli esecutivi, ma questa instabilità non coincideva automaticamente con una debolezza delle istituzioni. Gli equilibri parlamentari potevano cambiare rapidamente, consentendo al sistema politico di adattarsi alle diverse fasi della storia del Paese. La breve durata dei governi non impediva necessariamente alla politica di produrre decisioni, riforme e trasformazioni profonde.
Questo non significa idealizzare la Prima Repubblica. La frammentazione, l’opacità delle responsabilità e la difficoltà per i cittadini di riconoscere gli esecutivi rappresentavano limiti reali. Ma è importante distinguere: la fragilità dei governi non equivaleva sempre all’assenza di governabilità.
Con la Seconda Repubblica abbiamo cercato, giustamente, di correggere quella fragilità. L’obiettivo era avere governi più forti, maggioranze più riconoscibili, una maggiore continuità nell’azione dell’esecutivo e responsabilità politiche più chiare davanti agli elettori. Un governo stabile può infatti governare meglio, perché dispone di più tempo per realizzare il proprio programma e per dare coerenza alle proprie decisioni.
Ma la durata dell’esecutivo resta soltanto uno strumento. Non è, da sola, la stabilità delle istituzioni e non garantisce automaticamente la governabilità.
Nel tempo abbiamo finito per trasformare la durata del governo da mezzo per governare meglio in obiettivo autonomo, quasi che mantenere in vita un esecutivo fosse più importante dei risultati che quell’esecutivo riesce a produrre. È qui che la stabilità rischia di diventare immobilismo.
Un governo può durare cinque anni e, allo stesso tempo, essere politicamente paralizzato. Può avere una maggioranza numericamente solida ma non riuscire a decidere, riformare o rispondere con rapidità alle emergenze. In questo caso la lunga durata non rappresenta stabilità efficace: rappresenta soltanto la permanenza di un equilibrio che non produce capacità di governo.
Al contrario, un governo può essere costretto a cambiare rapidamente se non è più in grado di affrontare i problemi del Paese. Se il passaggio avviene nel rispetto delle regole costituzionali e della continuità istituzionale, la sostituzione dell’esecutivo non è necessariamente un segno di debolezza. Può essere un meccanismo di adattamento, uno strumento per recuperare governabilità.
La stabilità istituzionale, infatti, non richiede che resti sempre lo stesso governo. Richiede che il cambiamento dei governi avvenga attraverso regole certe, procedure trasparenti e istituzioni capaci di continuare a funzionare. La continuità dello Stato non coincide con la permanenza dell’esecutivo.
Oggi il mondo corre molto più velocemente delle nostre istituzioni: guerre, crisi economiche, energia, tecnologia, intelligenza artificiale, migrazioni e competizione internazionale impongono decisioni tempestive. Di fronte a queste sfide non basta un governo che duri. Serve un governo che sappia decidere, correggere la propria rotta e reagire.
La continuità è utile soltanto quando rafforza questa capacità. Quando invece la ostacola, la durata diventa immobilismo. E un esecutivo che rimane in carica senza riuscire più a governare non difende la stabilità: la svuota.
Per questo dobbiamo superare la contrapposizione tra Prima e Seconda Repubblica senza idealizzare né l’una né l’altra. Dalla Prima dobbiamo recuperare la capacità della politica di adattarsi e cambiare quando gli equilibri non funzionano più, riconoscendo che la governabilità può sopravvivere anche alla breve durata di un esecutivo. Dalla Seconda dobbiamo conservare l’esigenza di avere governi riconoscibili, responsabili davanti agli elettori e dotati del tempo necessario per realizzare un programma.
La soluzione, quindi, non è tornare ai governi che durano un anno per principio, né difendere governi lunghi per principio. È distinguere con chiarezza tra ciò che deve essere stabile e ciò che deve poter cambiare.
Devono essere stabili le istituzioni, le regole democratiche e la continuità dello Stato. Deve invece poter cambiare l’esecutivo quando non è più in grado di mantenere gli impegni, affrontare le emergenze o ottenere risultati.
La domanda decisiva non deve essere “quanto è durato un governo?”, ma “quanto è stato capace di governare?”
Un governo deve durare finché la sua durata sostiene la sua capacità di governare.
Quando invece non riesce più a decidere, a mantenere gli impegni o a rispondere alle sfide del tempo, cambiarlo non deve essere considerato un fallimento della democrazia. Può essere, al contrario, il modo con cui la democrazia recupera governabilità senza mettere in discussione la stabilità delle istituzioni.
Perché la vera stabilità non consiste nel mantenere tutto immobile. Consiste nel garantire continuità alle istituzioni e, nello stesso tempo, flessibilità agli esecutivi.
La vera stabilità è avere istituzioni abbastanza forti da cambiare governo quando serve e abbastanza solide da continuare a governare.
E forse è proprio qui che abbiamo perso qualcosa: inseguendo la durata dei governi, abbiamo rischiato di confondere la stabilità istituzionale con la permanenza dell’esecutivo e di perdere la capacità effettiva di governare.

PUBBLICATO 05/09/2026  |  © Riproduzione Riservata




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