LE STORIE DI MANUEL Letto 4571  |    Stampa articolo

Il Carnevale acrese di una volta

Foto © Acri In Rete
Manuel Francesco Arena
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Il Carnevale ad Acri è stata da sempre una festa sentita, ieri molto più di oggi. Questa festività variopinta tipica di fine inverno, a tutti gli effetti era inaugurata già dal giovedì che la precedeva quando si preparavano i piatti della tradizione dove spiccava sicuramente lei, sua maestà la polpetta. In un tempo povero dove non c’era l’abbondanza di oggi, le feste prima di tutto erano occasioni per mangiare pasti a base di carne che la maggior parte della gente sicuro non si poteva permettere ogni giorno. Inoltre e forse ancor di più, erano anche occasioni per riunirsi tra famigliari ed amici per parlare e bere un franco bicchiere di vino davanti al focolare. Allora quando ancora i social erano le case amiche e le piazze, l’unione aveva un gran valore e veniva prima di ogni cosa perché c’era voglia di stare insieme. La festa proseguiva poi domenica dove raggiungeva il suo momento clou. La domenica di Carnevale, sicuro era un giorno tra i più allegri dell’anno. Grandi e piccini si camuffavano ironicamente alla meglio con stracci e vecchi indumenti e queste maschere popolari, se così possiamo definirle, erano dette m’bughelle. L’opinione mia personale è che questo nome strano che suscita curiosità, deriva dal famoso personaggio di Brighella, il quale nella commedia dell’arte è uno stretto ed astuto amico di Arlecchino. Le m’bughelle giravano in gruppi con un lungo spiedo appuntito in legno e nelle case visitate anziché monete, si offriva loro del vino ed in alcuni casi, pezzi di salsiccia o lardo i quali venivano per l’appunto infilzati allo spiedo e poi consumati insieme dal gruppo alla fine del giro. I bagordi e le m’bughelle continuavano fino al martedì grasso (mart’azeatu in dialetto), giorno in cui venivano di nuovo preparate le polpette e tante altre buone pietanze com’era stato nel giovedì grasso. Il giorno seguente infine, il Mercoledì delle Ceneri, oltre al significato Sacro di grande importanza, vedeva per le strade della città l’ultima piccola pittoresca goliardata che sarebbe bello dopo tanto tempo riportare in scena: la rappresentazione del corteo funebre di Re Carnevale morto per l’ingordigia del troppo mangiare e del troppo ridere. Esiste una antica canzoncina dialettale per descrivere la sua dipartita la quale dice: “Carnudevearu è muartu e li maccarruni su cuatti, u’ cheasu e de gratteari e beni mia Carnudevearu”. I figuranti del funerale erano tutti “attori” del popolo improvvisati. Tra loro oltre al Carnevale morto che veniva portato su un camioncino in una finta bara, spiccavano la vedova Quarajisima vestita tutta di nero che si abbandonava in lunghi pianti ed urla logicamente artificiali atti a richiamare l’attenzione della gente al passaggio del corteo. Seguivano poi altri personaggi, diremo minori, travestiti alla bell e meglio. Anche loro erano apparentemente commossi e si univano man mano ingrossando le fila di quella simpatica folla colorata. In tante zone del sud, Quarajisima rappresenta la moglie trista e smunta di Carnevale e spesso viene rappresentata in alcuni luoghi da una bambola di pezza con in mano il fuso e l’arcolaio, i quali sono strumenti di lavoro che rappresentano la laboriosità e lo scorrere del tempo. Anche su questo mito antico tra tradizione e fede, ci sarebbe tanto da scrivere e da raccontare perché un tempo queste bambole fatte a mano, anche nella nostra città, apparivano da alcuni balconi per scandire il periodo quaresimale che ci prepara alla Resurrezione di Cristo.

PUBBLICATO 01/03/2025 | © Riproduzione Riservata



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