Dieci ore senza Rete e il guasto che ha cvelato le fragilità di tutti
Francesco Pellicorio
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Ieri mattina la città ha vissuto un momento di silenzio. Non il silenzio delle riflessioni, ma quello tecnico: niente telefono, niente internet. Un’interruzione che, se fosse avvenuta qualche anno fa, avrebbe suscitato preoccupazione.
Ieri, invece, è stata affrontata con una calma quasi inattesa, come se fosse diventato, in qualche modo, un evento a cui ci siamo abituati. Il disagio è stato evidente. Le attività commerciali ferme, gli uffici in pausa forzata, la quotidianità paralizzata. Tuttavia, ciò che ha davvero colpito non è stato tanto il guasto in sé, che purtroppo capita, quanto la perfetta sincronizzazione con cui questo silenzio ha avvolto la città. Secondo le prime informazioni, pare che dei lavori di manutenzione stradale abbiano, per errore, danneggiato alcuni cavi non interrati. Non è una novità, certo. Questi incidenti accadono. Ma c’è un dettaglio che pesa: quei cavi erano esposti da tempo, e non erano nascosti in luoghi difficili da raggiungere. Tuttavia, nessuno aveva ritenuto necessario intervenire prima.
A volte, più che l’urgenza delle emergenze, è la difficoltà di affrontarle che ci paralizza. Chi governa è chiamato a farlo con responsabilità, certo. Ma anche con una certa attenzione nel calibrare azioni e reazioni. Dall’esterno, però, quello che si osserva è questo: la rete è mancata per dieci ore, ma la vita sociale della città non ne ha sofferto più di tanto. Le connessioni umane hanno retto il colpo, e forse sono diventate persino più forti. Alla fine, questo episodio ci ha ricordato quanto oggi la nostra vita sia intrecciata con connessioni invisibili e fragili. La loro assenza, però, non è stata destabilizzante come ci si sarebbe potuti aspettare, grazie alla solidità delle relazioni reali e concrete.
La città ha continuato a funzionare, nonostante tutto. Non è questo il momento per cercare colpe, né per fare accuse. Piuttosto, è interessante vedere come eventi come questo aprano uno spazio di riflessione sulla gestione delle nostre risorse.
La domanda non è tanto chi ha tranciato il cavo, quanto piuttosto chi ha smesso di notare che quel cavo stava lì, in vista, da tanto tempo. Personalmente credo che ci siano possibili soluzioni: questo episodio, purtroppo, non è l’unico che ci ha ricordato la vulnerabilità delle nostre infrastrutture.
Una proposta concreta sarebbe quella di istituire una commissione locale, composta da rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell’ordine e delle aziende coinvolte nella gestione dei servizi pubblici, che monitori costantemente la sicurezza delle infrastrutture critiche.
Una commissione che non si limiti a intervenire dopo il danno, ma che agisca in modo preventivo, segnalando e riparando tempestivamente situazioni di pericolo o di malfunzionamento.
Inoltre, sarebbe utile istituire un piano di comunicazione più trasparente e tempestivo da parte delle autorità locali, in modo che la cittadinanza possa essere adeguatamente informata in caso di disservizi e abbia la possibilità di adottare misure alternative. La giornata è finita. La rete è tornata. Ma ciò che resta è la consapevolezza che, per garantire un futuro più sicuro e più resiliente, non basta più affrontare l’emergenza quando si presenta. Serve una visione a lungo termine che preveda soluzioni reali, pianificate, e una vera e propria cura per il nostro territorio e le nostre infrastrutture.
Solo così potremo evitare che il silenzio tecnico di oggi diventi un’emergenza sociale domani.
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PUBBLICATO 08/05/2025 | © Riproduzione Riservata

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