Progresso e tradizioni: non commettiamo l'errore di semplificare troppo
Pietro Cofone
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Sento forte l’esigenza di rispondere al mio concittadino Giuseppe Gencarelli in merito alla sua lettera. Lo faccio per un motivo molto semplice: ritengo che il punto di vista dell’autore, seppur lecito e legittimo, sia fortemente condizionato (in negativo) dall’eccessiva semplificazione di aspetti socio-culturali spesso più complessi di quanto emerge nelle sue affermazioni. Preciso che il mio intento non è quello di screditare l’autore o le sue idee, ma quello di alimentare il dibattito su un tema che sicuramente merita, per sua stessa natura, di essere affrontato più in profondità, mettendo da parte i luoghi comuni e i sentito dire e guardando alla realtà della società (Acrese e non) in tutta la sua complessità e non riducendo il tutto ad un mero si stava meglio quando si stava peggio. Pertanto, vorrei mettere in evidenza le perplessità che la lettura di questo contenuto ha suscitato in me, dandone brevemente le ragioni.
Prima di tutto, nell’affermare che “ci viene detto che un cittadino evoluto deve abbracciare un progresso continuo.” omette completamente di dire da dove proviene questa imposizione. Non è che magari, più che altro, questo obbligo di abbracciare il progresso, sia una semplice lettura, condivisibile, si, ma completamente soggettiva, che l’autore vuole far passare come verità oggettiva, facendo leva su qualche semplice luogo comune per ottenere consenso e notorietà pubblica? Più in là nella lettera, l’autore si domanda se “questo progresso ci stia facendo davvero bene” associando subito, a poche parole di distanza, quest’ultimo a “smartphone potentissimi, macchine sempre più sofisticate, abiti e tecnologie di ogni tipo” che, secondo l’analisi dell’autore, sono stati di fatto barattati per “valori, educazione, senso civico, gentilezza, capacità di pensare non son solo a sé stessi ma soprattutto alla comunità.” Narrazione senz’altro comoda, quasi populista, che mira ad identificare un nemico per la società, una minaccia percepita e, al contempo, una soluzione a portata di mano, che, sull’onda dell’effetto nostalgia per i bei tempi andati, richiama sicuramente un’immagine rassicurante soprattutto nel lettore più in là con l’età. Rendiamoci conto però di quanto vuota sia quest’immagine e di quante cose si “perdono per strada” seguendo questa narrazione. Il progresso non è stato nell’ultimo mezzo secolo solo economico e tecnologico ma anche e soprattutto sociale, dal punto di vista dei diritti conquistati e della lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni. Viviamo sicuramente in una società che è lontana dall’essere perfetta, ma ricordiamo che conquiste sociali come il divorzio, il voto femminile e il diritto all’aborto sono relativamente recenti, che fino a pochi decenni fa vigeva ancora il delitto d’onore, e ricordo come, fino a pochi anni fa, era fortemente stigmatizzata la salute mentale, l’omosessualità era un tabù e la parità di genere era un’utopia (e siamo ancora lontani dall’aver raggiunto questi obiettivi). Non vedo poi evidenze di questa fantomatica perdita della fiducia, del rispetto e della solidarietà scaturite dal progresso (che l’autore intende come progresso tecnologico). Esorterei dunque il mio concittadino, qualora fosse in possesso di dati che supportano le sue affermazioni, a replicare alla presente, spiegando anche quale sia il nesso causale tra progresso e solidarietà (e tra il progresso e gli altri valori citati). Un altro aspetto di primaria importanza, che Gencarelli omette del tutto, che costituisce poi il vero lato negativo del progresso, è l’aumento delle diseguaglianze economiche. Il vero cambiamento preoccupante (questo si, documentato) è che chi è ricco lo è sempre di più a discapito di chi è povero. Se c’è una causa alla radice del deterioramento della qualità di vita percepita è proprio da attribuire a questo, più che all’allontanamento da un modello di società di cui adesso si ha nostalgia. Farei notare, comunque, che tale società era sicuramente meno solidale e meno rispettosa di quella attuale. Infine, l’errore piuttosto grossolano commesso dal mio concittadino è quello di considerare le “tradizioni” come un blocco indivisibile, a cui restare attaccati o separarsi nettamente, come se non esistesse una via di mezzo. Guardare al passato e far tesoro delle proprie tradizioni è sicuramente un aspetto da preservare, ma che siano da bussola per il futuro, nel tentativo di costruire una società che prenda dal passato ciò che c'è di buono, sapendo però fare anche autocritica rispetto agli errori commessi e ai limiti della società in un dato periodo. Pensare di voler restaurare i non meglio precisati bei vecchi tempi è al tempo stesso dannoso e utopistico. Narrazione, dunque, semplicistica e altresì offensiva verso le parti più giovani della popolazione, che, stando a questa narrazione, sembrano essere la colpa di tutto. Ragazzi e ragazze di Acri (e non solo), non vi sentite un po’ offesi da questa visione del mondo, che vi vuole più stronzi ed egoisti dei vostri nonni e dei vostri genitori? Pienamente d’accordo, poi, che i valori di solidarietà e senso di comunità siano da preservare e alimentare, e che siano, de facto, il termometro dello stato di salute di una comunità, piccola o grande che sia. Un caloroso saluto e un ringraziamento a chi ha letto fino alla fine, con la speranza che la mia risposta sia utile ad alimentare un dibattito sano e rispettoso. |
PUBBLICATO 10/12/2025 | © Riproduzione Riservata

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