Acri, la città dove il pluralismo si misura a chili, non a idee
Comitato Beni Comuni di Acri
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Ad Acri c’è una nuova unità di misura della democrazia: il numero delle liste.
Otto? Pluralismo. Nove? Partecipazione. Dieci? Ricchezza democratica. Undici? Estasi civica. Peccato che, dietro a questa sagra del contenitore elettorale, ci sia la verità che nessuno dice: proporre otto, nove, dieci, undici liste non significa pluralismo. Significa controllo. Significa mettere bandierine ovunque, come in un Risiko giocato male ma con molta furbizia. Qui in città il pluralismo non è più un valore: è un hobby. Una mania collezionistica. Una gara a chi ne fa di più, come quei bambini che si sfidano a chi ha più figurine, solo che qui le figurine sono liste e i bambini … non sono bambini. Ad Acri la politica usa la logica del supermercato: più scaffali ci sono, più sembra che l’offerta sia ampia. Peccato che i prodotti siano sempre gli stessi, solo spostati di corsia e sempre più inquinati. Le liste non nascono da idee diverse ma nascono da reti identiche che si moltiplicano per non lasciare spazio a nessuno. La città vive da decenni una stagione straordinaria: quella di proliferare sempre liste nuove. Qui in città le liste si riproducono come i funghi dopo la pioggia. E come i funghi, alcune sono un po’ più commestibili, altre decisamente tossiche, altre ancora spuntano misteriosamente sempre negli stessi terreni … chissà come mai. E poi ci sono quelle che si fingono commestibili: come i funghi che si confondono per buoni, che si mimetizzano, che si travestono da innocue. Sono le più pericolose perché non sembrano tali, perché crescono all’ombra di chi non guarda, perché prosperano dove nessuno ha il coraggio di dire che puzzano di marcio. La casta politica acrese ha perfezionato un’arte: infiltrarsi ovunque con la grazia di chi entra in casa tua dicendo “sono passato a salutare”. E poi mentre tu prepari il caffè, ti ritrovi la lista già fatta, il candidato già scelto, il pacchetto di voti già assegnato. La politica locale ha sviluppato il talento di infiltrarsi ovunque con la stessa discrezione di un elefante in un salotto. Ha trasformato il consenso in una tessera fedeltà: più punti porti, più sali di livello. La competenza? Un optional. La visione? Un vezzo. La città? Eh chi se ne frega. Non conta cosa sai, cosa vuoi fare, cosa immagini per la città. Conta quanti voti porti, chi ti ha chiamato, chi ti garantisce, chi ti ha “messo”. I comitati civici e i movimenti che provano a costruire (se esistono)? Ah quelli sono animali esotici: belli da vedere, ma da tenere in gabbia. Appena si muovono, arriva la rete consolidata con la solita tattica: entrare, orientare, condizionare, sterilizzare. Come Comitato Beni Comuni di Acri, lo diciamo con ironia ma senza sconti: la partecipazione, il pluralismo sono stati trasformati in una farsa, le liste in dispositivi di controllo. La città è davanti a un bivio: continuare a farsi raccontare che undici liste sono democrazia, oppure riconoscere che undici liste sono un sistema di controllo travestito da apoteosi civica. Acri ha bisogno di una politica che non abbia paura di dire che il re è nudo. Che il pluralismo non si misura a quantità, ma a libertà. Che la partecipazione non è una parola da comunicato, ma una pratica che richiede autonomia, conflitto, responsabilità. E ha bisogno, soprattutto, di una cittadinanza che non si faccia più incantare dalla moltiplicazione delle liste come se fossero caramelle: perché dietro la carta colorata, il sapore è sempre lo stesso. Se vogliamo una città migliore, dobbiamo dirlo senza più diplomazia: la sconsideratezza va fermata adesso e con radicalità. E questo sistema va rotto. Non corretto. Rotto. |
PUBBLICATO 31/08/2026 | © Riproduzione Riservata

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