“Scienza e Teologia nella Calabria moderna” di Raffaele Cirino, quando la ricerca diventa necessità
Piergiorgio Garofalo
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Una delle funzioni della ricerca è quella di indagare, attraverso sentieri di riflessione spesso impervi, affinché qualcosa di poco noto (o ignoto) diventi conosciuto. Affinché vengano trovate le prove per poter elevare al rango di “vero” una certa argomentazione piuttosto che un’altra. Affinché si possa dunque rispondere a quelle necessità della conoscenza che altrimenti non sarebbero soddisfatte. Ed proprio questo che, con metodo ineccepibile quanto autorevole, riesce a fare Raffaele Cirino con la sua opera “Scienza e teologia nella Calabria moderna”.
Il volume, pubblicato a cura dell’associazione “Radici del tempo” con il patrocinio dell’Unical, rappresenta uno studio che muove sostanzialmente dalla necessità, appunto, di approfondire il ruolo di quei pensatori Calabresi che, vissuti a cavallo dei secoli XVI e XVII, troppo a lungo sono stati considerati “secondari” o addirittura ignorati perfino nei luoghi che gli diedero i natali. Attraverso una struttura ordinata e analitica, Cirino riesce in maniera magistrale a dimostrare come nonostante questi pensatori non siano tra loro direttamente influenzati, esista comunque nel loro pensiero una matrice comune, costituita da un naturalismo scientifico-filosofico di spiccata indole mediterranea, tale da poter comodamente parlare di una vera e propria corrente di pensiero calabrese, approdo tutt’altro che banale. Ed è così che, pagina dopo pagina, emergono sempre più chiare quelle “articolazioni concettuali e metodologiche che risultano peculiari di una certa territorialità geografica” esullo sfondo delle quali, inevitabilmente, finisce per stagliarsi la sublimazione di uno spirito sapienziale “che da sempre vive e risiede nelle tradizioni, nelle usanze, nel costume e nella memoria biologica degli uomini di terra e di mare”. E forse sta proprio qui una delle qualità migliori del Libro del ricercatore acrese, ovvero nel riuscire ad “incanalare” tale spirito proprio nella produzione filosofica di questa corrente di pensatori che, in questo modo, viene contraddistinta da un Tòpos comune, mediterraneo e di derivazione magno-greca, il quale promana direttamente da una tradizione culturale secolarizzata soprattutto nei gesti e nella vita di quelle genti calabre che proprio in quella fase storica appaiono vessate, come tutto il meridione, dalla dominazione del viceregno spagnolo. Gradatamente vengono esaminati dunque i profili degli autorevoli scienziati il cui lavoro va a contraddistinguere questa importante corrente di pensiero calabrese: da Luigi Lilio e il suo contributo fondamentale per la riforma del calendario Gregoriano alla “filosofia dei luoghi” di Gabriele Barrio, da Marco Aurelio Severino ad Antonio Oliva e molti altri. Una lettura quindi consigliata a tutti, ma in particolare a chi volesse conoscere e capire meglio un importante “pezzo” di storia del pensiero calabrese che finalmente, grazie anche a quest’opera inizia a riemergere.
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PUBBLICATO 03/03/2016 | © Riproduzione Riservata

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