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Destra Crati, il paradosso della sede.

Piero Cirino
Foto © Acri In Rete
Quella che appariva come una ipotesi da esorcizzare diventa per Acri una certezza con cui fare i conti. In ragione di quanto stabilito dalla Legge Finanziaria del governo Prodi, il centro presilano non farà più parte della comunità montana “Destra Crati”. Sconta la colpa di avere una popolazione che supera i quindicimila abitanti, con buona pace dell'altitudine e di tutta una serie di elementi che rendono Acri una zona di montagna. Il paradosso di questa legge è che un Comune con meno di quindicimila abitanti, magari situato a poche centinaia di metri dal mare e lontano anni luce dalla montagna, continuerà a far parte dell'ente montano. Si è discusso per molti anni sul ruolo e sulle funzioni delle comunità montane.
Le tesi più estreme considerano questi enti come perfettamente inutili e quindi da sopprimere. Ma anche a voler seguire queste teorie si fa difficoltà a comprendere la ratio delle disposizioni contenute nella Legge Finanziaria. O forse si può capire solo se lo si considera un primo passo per la definitiva chiusura delle comunità montane. Al di là delle proteste di prammatica, tuttavia, si ha la sensazione che la classe politica non abbia manifestato con reale convinzione il proprio dissenso.
Non che le proteste si misurino necessariamente in decibel, ma nessuno sembra essersi stracciato le vesti per questo provvedimento. E questo la dice lunga circa la capacità di indignazione delle organizzazioni politiche e quella di coinvolgere i cittadini in fenomeni sociali di aperta protesta. Ad Acri le grandi manifestazioni popolari sono sempre state una privativa della sinistra, ora anche questa etichetta sembra essere irrimediabilmente sbiadita. Al di là del dibattito su ciò che si poteva fare e non si è fatto, Acri ora dovrà comunque affrontare le conseguenze che da questa situazione derivano.
Il centro presilano è sede di comunità montana e ci si chiede se la struttura che ospita gli uffici potrà continuare a ospitarli. Ma sarebbe un ulteriore paradosso se la sede di piazza “Principessa di Piemonte” continuasse a esistere. C'è poi da considerare il fisiologico indotto, con dipendenti che non spenderanno più ad Acri, convegni che non verranno più organizzati ad Acri, iniziative, anche di altri enti e associazioni, che non saranno più organizzate nel chiostro e via dicendo. Senza contare altri aspetti che non possono certo definirsi collaterali. Ad esempio, che fine farà il museo permanente dei funghi, pensato per Acri e che da Acri dovrà spostarsi? Il riverbero politico non potrà poi non avere ripercussioni sugli assetti interni al centrosinistra. Se è vero che determinati equilibri si mantengono anche con la distribuzione del peso specifico di ogni partito, come verranno rimodulati da oggi in avanti? Attualmente vi sono due esponenti acresi nella giunta guidata da Gennaro Nicoletti: Pino Capalbo, che è vice - presidente, in quota ex Ds; e Antonio Morrone, assessore, dei Comunisti Italiani. C'è poi Angelo Gencarelli, di “Italia dei Valori”, nel consiglio. Questo è il secondo colpo assestato ad Acri, considerato che la Regione lo scorso anno aveva già provveduto a dimezzare il numero degli assessori, da quattro a due; e dei consiglieri, da sei a tre.
Anche quest'ultimo passaggio non aveva mancato di far sentire i suoi effetti nella giunta comunale. E' verosimile che la situazione si ripeta da qui a qualche mese. E questa per il centrosinistra non è certo una buona notizia.

PUBBLICATO 13/12/2007

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