Quello che ti viene incontro
Davide Ferrario
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In un film fatto tanti anni fa con Celati, a un certo punto Gianni fece un memorabile discorso sulle case geometrili.
Eravamo spersi per la campagna ferrarese in cerca dei luoghi in cui era vissuta la sua famiglia prima della guerra, diventati terreno di conquista di capannoni, villette a schiera, e di tutto quello che l’urbanizzazione contemporanea ci ha regalato. Con mia sorpresa, Celati non si scagliò contro le case geometrili con la sua garbata ironia: anzi, le difese. Disse: “Negli anni Ottanta mi sembravano orribili, ma di fronte a quello che è diventata l’architettura pubblica, adesso mi fanno quasi compassione. Perché nelle città tutto è ormai programmato per essere visto e guardato in ogni dettaglio. Mentre in posti così, c’è ancora spazio per una visione”. O qualcosa del genere. Ecco, ogni volta che mi capita di passare del tempo in un’area interna del Centro-Sud, o anche in un anonimo hinterland padano, io penso a quella frase di Celati. Quelli sono ancora i posti nei quali è possibile una visione. E quando ho una visione, se non proprio felice, sono sereno e contento di stare al mondo. Voglio essere il primo a fare dell’autoironia su quelli della mia generazione che sono passati dalla rivoluzione permanente alla felicità provvisoria. Con l’età però capisci che la felicità non ha a che fare con quello che costruisci, ma con quello che ti viene incontro. In questo senso, le aree interne sono aree dell’interiorità. Nella loro indefinitezza storica, nel loro abbandono, nel loro tempo sospeso offrono ancora la possibilità di una visione: intesa come uno spazio esterno, storico e collettivo, che incrocia il tuo destino in quella cosa che chiami anima, coscienza o semplicemente vita. E che, per un attimo, gli dà un qualche senso. |
PUBBLICATO 23/06/2020 | © Riproduzione Riservata

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