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Fuorigioco urbano

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Donato
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Troppo spesso in Calabria ci si ritrova nella condizione di dover attraversare o ancora peggio sostare in luoghi che assomigliano tanto a dei posti di frontiera, dozzinali stazioni di passaggio della metropolitana, ponti sospesi fra il niente o il tutto.
Località che paiono appese a un filo sottile che ne determina le sorti, inconcludenze urbane che salutano il visitatore con il rosso sbiadito dei mattoni forati o il grigio apatico dei blocchi in cemento.
Ed è proprio in questi posti che ci si interroga sulle traiettorie che ne hanno determinato il declino o impedito lo sviluppo. Un esercizio tanto inutile quanto dannoso, buono soltanto per chi della restanza ne ha fatto una ragione di vita, un pungolo sociale per lanciare un sassolino nello stagno dell’indifferenza, che resta anch’essa, immutata, davanti alle derive consumistiche che vorrebbero trasformare spenti luoghi orfani di aggregazione in abbeveratoi turistici a intermittenza.
È il trionfo del tavolino accampato negli anfratti più disparati, nelle piazze snaturate, nelle arzigogolate architetture irrisolte. Il ricorso esasperato al concetto di mors tua vita mea, espedienti commerciali per mantenere in vita artificiosamente un’entità dichiarata cerebralmente morta.
E la stagionalità dei sussulti delle stesse entità non fa altro che perpetuare l’inganno di una comunità distolta dalle tribolazioni dell’ordinarietà, dai servizi carenti ove non del tutto mancanti.
Non meno deleteria, poi, si presenta alle porte della disperazione urbana la digitalizzazione che, promettendo di accorciare le distanze ma finendo per isolare la comunità sigillandola nel limbo dell’on demand domestico, nasconde, dietro alla promessa di una maggiore e più facile partecipazione ai processi decisionali, la volontà di relegare gli attori principali allo scontato ruolo di comparse, rinchiudendoli nel recinto virtuale persino in occasione delle competizioni elettorali.
I lodevoli ma altrettanto inutili tentativi di mettere a dimora i benefici di un pensiero critico, di un arcobaleno artistico, di una mongolfiera culturale capace di risollevare gli animi di una collettività spiaggiata lungo arenili astutamente battuti da solidi e soliti cercatori di conchiglie, finiscono per generare effimeri soffi di una vita che non alberga più in un corpo abbandonato all’incuria del tempo.
Non c’è teatro che tenga, se per soccorrere un cittadino/visitatore si deve sperare in una fortunosa combinazione di eventi che riesca nell’intento di allineare i pianeti dell’universo emergenziale.
Non c’è evento che appaga, se per accedere a una prestazione sanitaria di routine ci si deve accontentare di appuntamenti che sfiorano il senso del ridicolo scommettendo sulla capacità di sopportazione del paziente o, ancora peggio, sulla possibilità che lo stesso possa accedere alla rapida erogazione del medesimo servizio rivolgendosi al dorato mondo del privato convenzionato che arriva a richiedere il pagamento persino alle categorie esenti, appellandosi a fantomatiche esigenze di budget assegnati da non sforare.
Non c’è libera espressione di voto, se non quella dell’astensione, quando ai cancelli di partenza si presenta il nuovo che avanza seguito da satolli commensali alla ricerca di un ammazzacaffè che possa prolungare la convivialità attorno ai ricchi buffet del democratico esercizio della volontà popolare.
Non c’è tramonto, seguito dal buio, che non possa ritrovare la luce di una nuova alba...  

PUBBLICATO 31/08/2025 | © Riproduzione Riservata



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