RELIGIONE Letto 2869  |    Stampa articolo

Bussate e la porta vi sarà aperta.

sac. Sergio Groccia
Foto © Acri In Rete
Non è facile, tanto meno scontato definire la preghiera, proprio per il suo essere e divenire, espressione della profondità dell'animo nelle diverse situazioni della vita e della storia.
Certamente ci si riferisce a una relazione nostra con una presenza avvertita come reale e misteriosa e chiamata con diversi nomi nelle molteplici esperienze religiose; ed è ancora veritiera la constatazione di una dimensione personale della preghiera e di una comunitaria altrettanto importante.
La preghiera rivela la percezione e l'immagine che noi abbiamo di Dio: se piuttosto strumentale e utilitaristica o nell'ambito di una relazione, con tutti gli aspetti, anche problematici che questo comporta. Si dice anche che è inutile pregare; certo non basta pregare e nello stesso tempo sembra non solo importante ma fondamentale, quando la preghiera è nutrimento della profondità dell'essere e delle motivazioni, dei fini e della verifica del fare.
I Salmi della Bibbia sono esemplari per le preghiere; raccolgono quelle di gratitudine, quelle d'invocazione, altre di affidamento e, a esprimere le tribolazioni ed i drammi della vita e delle storie, quelle di protesta e di interrogativo doloroso verso Dio.
Si può dire che le preghiere non dovrebbero essere formule già confezionate e ripetitive, ma sgorgare ed emergere dal cuore, dalla profondità dell'essere. Pare proprio che il silenzio interiore sia la premessa dell'autenticità della preghiera. Gesù di Nazaret prega, educato nell'esperienza del suo popolo e della sua famiglia; i Vangeli lo ritraggono in ritiro e solitudine, nella ricerca dell'incontro intimo e silenzioso con suo Padre, il mattino presto, come nella tarda sera e nella notte.
La sua preghiera avvolge anche le sue parole e i suoi gesti con le persone: bambini, donne, ammalati, altri che quotidianamente incontra. Lui stesso dice che non bisogna moltiplicare e ripetere le formule, ma presentarsi al Padre come figli che si affidano. Ci comunica la preghiera della gratitudine e dell'invocazione e quella drammatica del Getsemani e del Golgota. Un giorno gli è stato chiesto di insegnare a pregare, proprio al termine di uno di quei momenti di solitudine intensa di relazione con il Padre. E come il Vangelo di questa domenica riporta (Luca 11, 1-13) Gesù ha pronunciato quelle parole che noi conosciamo fino dalla nostra infanzia.
"Padre nostro che sei nei cieli" ci si rivolge a un padre che è vicino, con confidenza e affidamento, non a un Dio lontano e inaccessibile, impassibile e giudice implacabile; è il Padre di tutti, senza discriminazione ed esclusione di alcuno; non è proprietà di un popolo, né di una religione; nessuno può esibirlo per contrastare e respingere gli altri. Sta nei cieli: cioè è vicino e insieme altro, diverso, non vincolato al tempio di Gerusalemme, né ad alcun altro luogo sacro.
"Sia santificato il tuo nome" che tutti lo riconoscano come il Dio della liberazione, della giustizia, della fraternità. Disonorare e disprezzare il suo nome é offendere, diffamare, violare la dignità delle sue figlie e dei suoi figli, perché "la gloria di Dio è l'uomo vivente" (S. Ireneo) " è che il povero viva" (mons. Romero).
"Fa' che il tuo regno venga": che la giustizia, la pace, la verità, la fraternità si affermino; che i poveri e gli oppressi diventino protagonisti della liberazione; che i ricchi, i potenti e i violenti vengano sconfitti con la non violenza, con l'impegno, la perseveranza.
"Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra": che quest'umanità che Dio vuole si affermi, non nei progetti dei prepotenti e questo nonostante le nostre tribolazioni, incertezze, e infedeltà.
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano": a tutti quello che è necessario per vivere con dignità; è una preghiera di critica radicale al capitalismo, al materialismo, al consumismo, coinvolge nell'impegno quotidiano per la giustizia per tutti gli abitanti del pianeta; pane significa cibo, acqua, istruzione, salute, lavoro, casa, dignità.
"Perdonaci perché anche noi perdoniamo": l'esigenza di essere attesi, ascoltati, incoraggiati nei momenti di fragilità, di infedeltà, di oscurità, di sfiducia; un'esperienza da viverre reciprocamente fra noi, con disponibilità.
"Fa' che non soccombiamo nella tentazione"; la tentazione più grave è di rinunciare per chiusura e per sfiducia a partecipare al progetto di rendere più umano questo mondo; è l'avvilimento, il fatalismo, il conformismo.
"Liberaci dal male" possibilmente da tutte le espressioni del male, ma soprattutto dall'essere e dal dimostrare scarsa umanità e anche disumanità.


PUBBLICATO 27/07/2010

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